Aggiornato al 17/07/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Dai centri sociali alle convergenze del dopoguerra, i blocchi ideologici non tollerano chi scavalca le barricate

 

di Mauro Nemesio Rossi

 

 

A scontrarsi nelle piazze oggi, su tematiche spesso non allineate con i partiti politici tradizionali, sono i centri sociali di opposta matrice.

Da un lato c'è l’Askatasuna, nato nel 1996 dall’occupazione di uno stabile abbandonato in Corso Regina Margherita a Torino: erede della forte tradizione dell’autonomia operaia e dell’anarco-squatting piemontese degli anni '70 e '80, saldamente collocato nell’area dell'antagonismo di sinistra e organizzato tramite assemblee orizzontali.

Dall'altro lato si staglia CasaPound, nata vent'anni fa nel rione Esquilino a Roma sotto la guida di un leader della band ZetaZeroAlfa: un'esperienza che ha cercato di rompere con il neofascismo nostalgico presentandosi come un movimento sociale, anticapitalista, no-global e radicalmente antiamericano. Eppure, nonostante l’abisso ideologico che separa queste due sponde, i rispettivi punti di critica al modello socio-economico globale e al liberismo selvaggio sembrano a tratti quasi sovrapponibili.

 

Questa insolita vicinanza di accenti non è una novità del nostro tempo. Affinità altrettanto singolari, dettate dalle faglie della politica globale, si sono registrate nel secondo dopoguerra italiano. La storia del nostro Paese offre due casi emblematici di come le radicalizzazioni abbiano spinto mondi inconciliabili a incontrarsi su posizioni speculari: l’antiamericanismo condiviso dal poeta Ezra Pound e dal Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti, e il tentativo di cooperazione militare tra la Decima MAS e la Brigata partigiana Osoppo sul confine orientale.

In entrambi i contesti, forze antitetiche si trovarono a rinegoziare le priorità di fronte a minacce percepite come sistemiche, finendo per pagare un caro prezzo in termini di isolamento e condanna storica.

 

Il terreno d'incontro concettuale tra Ezra Pound e il PCI fu proprio il rifiuto del modello americano. Pound, intellettuale statunitense che aveva legato il proprio destino al fascismo, individuava negli Stati Uniti la quintessenza del capitalismo finanziario, della corruzione democratica e del dominio dell'usura, che considerava la radice di ogni conflitto e dello sfruttamento dei lavoratori. Sul fronte opposto, il Partito Comunista Italiano leggeva l’influenza di Washington attraverso le lenti rigide del marxismo-leninismo, vedendo nel Piano Marshall uno strumento di asservimento economico e nella NATO una minaccia alla sovranità nazionale. Pur partendo da presupposti dottrinali opposti, entrambe le parti riconoscevano nel modello statunitense una forza distruttrice delle identità sociali. Fu proprio questa consonanza a spingere, negli anni successivi, diversi intellettuali comunisti a superare la barriera del collaborazionismo bellico di Pound, riconoscendo lo straordinario valore letterario dei suoi Cantos e la parziale lucidità della sua critica sociale.

 

Tuttavia, la reazione del potere che il poeta aveva osato sfidare fu spietata. Catturato nel maggio 1945 in Liguria e consegnato alle forze armate statunitensi, Pound venne rinchiuso nel Disciplinary Training Center di Pisa, esposto alle intemperie in una gabbia di ferro giorno e notte. Quel trattamento disumano ne provocò il crollo psicofisico e, una volta estradato negli Stati Uniti con l'accusa di alto tradimento, evitò la pena di morte solo grazie a una diagnosi di infermità mentale che lo costrinse a dodici anni di internamento nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washington. Liberato solo nel 1958 grazie alle pressioni della cultura internazionale, Pound visse i suoi ultimi anni avvolto in un silenzio impenetrabile, fino alla morte avvenuta a Venezia nel 1972.

 

Mentre sul piano culturale si consumava il dramma di Pound, una convergenza trans-ideologica ancora più rischiosa prendeva forma sul piano militare e territoriale in Friuli e nella Venezia Giulia. Tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, il collasso imminente delle forze dell’Asse aprì una crisi drammatica sul confine orientale, dove le truppe jugoslave di Tito avanzavano decise ad annettere ampie porzioni di territorio italiano. In quel teatro operativo si trovarono a stretto contatto la Decima MAS di Junio Valerio Borghese, reparto d'élite della Repubblica Sociale Italiana fedele ai tedeschi, e la Brigata Osoppo, formazione partigiana di orientamento cattolico e patriottico.

 

Pur combattendo su fronti opposti della guerra civile, elementi della Decima e i vertici della Osoppo, guidati dal comandante Francesco De Gregori, avviarono contatti segreti. L'obiettivo era quasi paradossale: stabilire una tregua e coordinare le forze per bloccare l'avanzata jugoslava, preservando l'italianità del territorio fino all'arrivo degli Alleati. Per la Decima MAS si trattava di cercare una legittimazione patriottica che andasse oltre il destino segnato del fascismo; per la Osoppo, di difendere l’integrità nazionale rifiutando i compromessi territoriali che i partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi accettavano in nome della solidarietà proletaria con gli jugoslavi.

 

La punizione per questa eresia strategica fu immediata e sanguinosa. Il 7 febbraio 1945, un commando di gappisti comunisti assaltò il comando della Osoppo alle malghe di Porzûs. Allineati alle direttive di un PCI che assecondava le mire di Tito, i guardiani dell'ortodossia comunista interpretarono quei contatti come un tradimento della Resistenza. Nel massacro che ne seguì vennero trucidati il comandante De Gregori, il delegato politico Gastone Valente e altri diciotto partigiani, tra cui Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo. Sul versante opposto, il disperato tentativo di accreditamento patriottico della Decima MAS si risolse in un fallimento totale, schiacciato dal peso storico delle brutali rappresaglie antipartigiane compiute dal reparto durante l'occupazione tedesca.

 

La parabola di questi due eventi così distanti mostra come la spietata logica dei blocchi che ha dominato il Novecento non abbia mai tollerato le zone d'ombra o le geometrie variabili. Pound e la Osoppo, ciascuno a suo modo, pagarono il prezzo più alto per aver cercato una via d’uscita dagli schemi bipolari della nascente Guerra Fredda.

 

Il poeta scontò con la follia e l'isolamento la sua ribellione al sistema economico dei vincitori; i partigiani della Osoppo pagarono con la vita l'aver anteposto la difesa della patria all'ortodossia ideologica del blocco comunista. Una lezione storica che, pur mutata nelle forme e nei contesti, continua a suggerire come ogni tentativo di scavalcare i recinti geopolitici sia destinato, ieri come oggi, a essere travolto dalle spietate regole del gioco del potere.

 

Inserito il:17/07/2026 15:06:13
Ultimo aggiornamento:17/07/2026 15:19:57
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