Aggiornato al 26/06/2026

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Voltaire

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Trump, i dazi e la realtà economica: siamo sicuri di guardare i fatti? E quanto ci aiutano i media?

 

di Achille De Tommaso

 

Esiste una distorsione cognitiva che accompagna ogni figura politica divisiva, e funziona come una calamita: quando un leader ci piace gli perdoniamo quasi tutto, quando ci è antipatico finiamo per considerare sbagliato qualunque cosa faccia, a prescindere dai risultati che produce. Donald Trump è probabilmente il caso più nitido di questo meccanismo nella storia politica occidentale recente. Dopo la stagione dei dazi, delle tensioni commerciali, delle polemiche sulla NATO e delle foto con Meloni, il presidente americano è diventato il simbolo di tutto ciò che viene percepito come ostile agli interessi del continente, al punto che si è installata una convinzione implicita e quasi automatica: se una cosa la fa Trump, deve per forza essere sbagliata. È un riflesso, non un giudizio, e i riflessi non guardano i numeri.

***

A irrobustire questo riflesso contribuisce la stampa, che ama presentarsi come uno specchio neutro della realtà e che neutra, in Europa, quasi non lo è mai. Conviene allora smettere di discutere di impressioni e guardare Paese per Paese, perché la polarizzazione dei media europei esiste, è documentata, e cambia forma a seconda di dove si appoggia lo sguardo. Si parta dalla Germania, che è il cuore mediatico del continente. L'Università Tecnica di Dortmund ha intervistato 525 giornalisti tra marzo e giugno 2024 e ha trovato che il 63 per cento dichiara di votare Verdi, socialdemocratici dell'SPD o Linke, i tre partiti della sinistra, mentre il 41 per cento sceglie i soli Verdi, una quota quasi quattro volte più alta del consenso che quel partito raccoglie tra i cittadini. Tra i giornalisti disposti a dichiarare una preferenza, gli orientamenti di sinistra e verdi arrivano a circa l'82 per cento. Ricerche dell'Università di Magonza confermano l'inclinazione, e uno studio dell'Università di Treviri sui cronisti della Conferenza stampa federale ha mostrato che, nei loro commenti pubblici, i Verdi raccoglievano di gran lunga i giudizi più benevoli e l'AfD i più ostili. Il particolare che chiude il cerchio è che la maggioranza di quegli stessi giornalisti, interrogata, risponde che le proprie idee non influenzano ciò che scrive, una convinzione che la ricerca sulla psicologia del giudizio smonta da decenni, perché la lente culturale non si toglie con la buona volontà, e chi crede di non averla è soltanto chi la vede di meno.

L'Italia mostra la stessa malattia con un sintomo diverso. Qui il problema non è solo l'orientamento privato dei cronisti, è la cattura politica e la concentrazione. La RAI, il servizio pubblico, è governata da una logica di lottizzazione che distribuisce le poltrone secondo il peso dei partiti in Parlamento, e questo significa che la linea editoriale tende a piegarsi verso la politica; ma non solo di governo. Anzi. Accanto al servizio pubblico,  poi, il mercato è segnato da tempo dal duopolio RAI-Mediaset, e dall’aggiunta di La7. Reporters sans frontières, nel suo Indice mondiale sulla libertà di stampa 2025, ha collocato l'Italia al quarantanovesimo posto su centottanta Paesi, retrocedendo il giudizio da soddisfacente a problematico e mettendola dietro a tutti gli altri grandi Paesi dell'Europa occidentale. Un'informazione strutturalmente politica, comunque la si giri, non è un'informazione indipendente.

La Francia chiude il quadro con il caso più clamoroso di concentrazione proprietaria. Secondo la missione condotta nel giugno 2026 da Reporters sans frontières e dalla rete Media Freedom Rapid Response, sei gruppi industriali controllano ormai la maggior parte del panorama mediatico nazionale, e l'esempio più ingombrante è l'impero di Vincent Bolloré, che riunisce il canale di informazione continua CNews, la piattaforma Canal+, la radio Europe 1, il settimanale Paris Match, l'unico domenicale francese, il Journal du Dimanche, il principale gruppo di periodici Prisma Media e la casa editrice Hachette. La stessa RSF ha documentato che nell'arco di un decennio circa cinquecento giornalisti dei media di Bolloré sono stati indotti a firmare clausole di riservatezza che impedivano loro di parlare delle condizioni editoriali. Qui, e va detto con onestà, la spinta non è verso sinistra ma verso destra, perché le testate di Bolloré hanno contribuito a sdoganare il Rassemblement National di Marine Le Pen, e proprio questo rende il caso francese istruttivo: dimostra che il problema dei media europei è l'assenza di indipendenza, la subordinazione dell'informazione agli interessi di chi la possiede o di chi la controlla.

A fare da bussola, ancora una volta, è una fonte svizzera di assoluto rigore, il Forschungszentrum Öffentlichkeit und Gesellschaft (fög) dell'Università di Zurigo, che dal 2010 pubblica l'Annuario sulla qualità dei media. Il fög documenta che la concentrazione editoriale resta elevata e che cresce la concentrazione dei contenuti, perché pochi gruppi diffondono gli stessi articoli su testate diverse attraverso redazioni centralizzate, e che questo colpisce in modo particolare proprio gli editoriali e i commenti, cioè i formati che dicono al lettore cosa pensare di un fatto. La pluralità delle opinioni si restringe esattamente là dove servirebbe di più. Sommando i tre casi nazionali e l'analisi svizzera, il filo si vede bene: in Germania a pendere è la testa di chi scrive, in Italia è la mano della politica che nomina, in Francia è il portafoglio di chi possiede, e in tutti e tre i casi il risultato è identico, un'informazione che non è lo specchio neutro che dice di essere. Non sorprende allora che il Reuters Institute di Oxford rilevi nei suoi rapporti annuali che due terzi di chi non si fida dei media indichino come prima ragione il pregiudizio, e che la fiducia nei servizi pubblici si spacchi lungo le linee politiche in Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è studiato da più tempo, la Newhouse School della Syracuse University ha contato appena il 3,4 per cento di giornalisti repubblicani contro il 36,4 per cento di democratici. La differenza è che gli americani la propria stampa la guardano con sospetto dichiarato, mentre l'europeo medio crede ancora di leggere un bollettino neutrale. È in questo clima che l'Europa sta leggendo Trump, e si capisce perché lo abbia legga quasi sempre in un modo solo. I modi del personaggio fanno il resto. Trump è brusco, provocatorio, a tratti villano, non possiede l'eleganza diplomatica di Reagan né la sobrietà istituzionale di Eisenhower né la voce di Obama, e il suo stile genera rigetto emotivo prima ancora che cominci la valutazione razionale. Il punto è che l'economia non misura le simpatie: misura produzione, investimenti, occupazione, innovazione, produttività e redditi, e su questo terreno il quadro cambia colore.

Molti osservatori europei ricordano, e fanno bene, che il debito pubblico americano ha superato i 37.000 miliardi di dollari e continua a salire. È un problema serio, nessuno lo nega. Ma il debito, da solo, non è il parametro che decide la sorte di un'economia, e la storia lo insegna senza ambiguità: il problema non è avere molto debito, il problema è avere molto debito senza produttività. Un'azienda fortemente indebitata prospera se i ricavi salgono, e fallisce con un debito modesto se non genera valore. Per gli Stati vale la stessa legge, e qui il confronto diventa scomodo per chi non vuole vederlo. La fonte più autorevole, e soprattutto la meno sospettabile di simpatie trumpiane, è ancora una volta svizzera: la Neue Zürcher Zeitung ha documentato che il prodotto interno lordo pro capite americano è ormai circa un terzo più alto di quello dell'Unione Europea, e che a parità di lavoro e capitale la produttività americana supera quella europea di circa un quarto (NZZ, luglio 2024 e gennaio 2026).

Il dettaglio che dovrebbe togliere il sonno alle cancellerie europee è un altro, e arriva sempre da Zurigo: la Germania, prima economia del continente, è scivolata in termini di PIL pro capite al livello del Missouri, e la Francia regge a stento il confronto con il South Dakota, una delle regioni più povere degli Stati Uniti, mentre la sola Svizzera tiene il passo degli Stati americani più ricchi come New York e la California. La società di consulenza McKinsey ha calcolato che il reddito pro capite in Germania, Francia e Regno Unito sarebbe oggi più alto di circa 13.000 dollari l'anno se i lavoratori europei avessero tenuto il ritmo di produttività dei colleghi americani, e il Fondo monetario internazionale è convinto che la forbice continuerà ad allargarsi. Non è propaganda della Casa Bianca, è il giornale economico più rispettato dell'area germanofona che mette i suoi lettori davanti allo specchio.

Una parte importante di questo divario nasce da una politica industriale precisa, fatta di incentivi fiscali, protezione di alcuni settori strategici e rientro delle produzioni: grazie ai dazi di Trump molte attività sono tornate sul suolo americano. Semiconduttori, batterie, farmaceutica, difesa, infrastrutture digitali e data center per l'intelligenza artificiale beneficiano di investimenti che si misurano in centinaia di miliardi di dollari, mentre l'Europa continua a non riuscire a trasformare la ricerca in industria e l'innovazione in capacità produttiva. Sull’IA regolamenta a non finire, ma non produce.

Ed è qui che bisogna avere il coraggio di nominare la ferita che l'Europa e Ursula preferiscono non toccare, perché è autoinflitta. Una quota enorme dello svantaggio competitivo europeo si chiama energia, e l'energia cara non è una maledizione geologica, è una scelta politica. Il rapporto Draghi, che non è un pamphlet sovranista ma il documento che la Commissione stessa ha commissionato all'ex presidente della Banca centrale europea, mette nero su bianco che le imprese europee pagano l'elettricità da due a tre volte più dei concorrenti americani e il gas naturale da quattro a cinque volte di più. Per un'industria che lavora il metallo, la chimica, il vetro o la ceramica, una bolletta che vale il quadruplo non è un fastidio, è una condanna a morte differita, e infatti la deindustrializzazione che attraversa la Germania non è un incidente, è il prodotto prevedibile di un decennio di scelte che hanno anteposto l'ideologia alla fisica. Si è smantellato il nucleare per principio, ci si è legati al gas russo per convenienza e poi lo si è perso per ideologia, si è caricato il sistema produttivo di costi regolatori e di una tassazione sull'energia pensata come se la competitività fosse un dettaglio, e oggi si scopre che il Green Deal, costruito sulla promessa di milioni di nuovi posti di lavoro verdi, rischia di produrre il contrario, cioè la fuga delle fabbriche verso chi l'energia ce l'ha a buon mercato. Lo riconosce, in controluce, lo stesso Draghi, quando ammette che una decarbonizzazione mal gestita può minare la competitività invece di sostenerla.

E chi ce l'ha, l'energia a buon mercato? Ce l'hanno gli Stati Uniti, e ce l'hanno per una ragione che in Europa si è preferito demonizzare per anni: la rivoluzione del fracking. Combinando la fratturazione idraulica con la perforazione orizzontale, l'America ha trasformato sé stessa da importatore netto di gas a primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, davanti a Qatar e Australia, e nel 2025 ha toccato un record di produzione petrolifera attorno ai 13,6 milioni di barili al giorno, restando il primo produttore mondiale sia di petrolio sia di gas. L'Energy Institute dell'Università di Berkeley, che non è certo un covo di repubblicani, ha stimato che il solo gas da scisto abbia fatto risparmiare ai consumatori americani tra i 3.100 e i 4.300 miliardi di dollari tra il 2007 e il 2025, perché ne ha sganciato il prezzo interno da quello mondiale del GNL. Questa è la vera asimmetria tra le due sponde dell'Atlantico: da una parte un continente che ha scelto di pagarsi l'energia a peso d'oro per ragioni di principio, dall'altra un Paese che ha tirato fuori dal sottosuolo un vantaggio competitivo strutturale e lo ha messo al servizio della propria industria. Si può discutere quanto si vuole dell'impatto ambientale del fracking, ed è giusto farlo, ma non si può fingere che l'energia abbondante e a basso costo non sia uno dei pilastri su cui poggia oggi la superiorità economica americana. E si deve ammettere che una buona parte di questi benefici, per gli USA, sono dovuti a Trump.

Anche l'inflazione merita una lettura meno pigra di quella che circola nei talk show. A prima vista sembra che l'Europa abbia gestito meglio, perché l'inflazione europea è oggi un po' più bassa di quella americana, ma non tutte le inflazioni sono la stessa cosa. Negli Stati Uniti una parte rilevante del rialzo dei prezzi è stata alimentata da un'economia che corre, da salari in crescita, da consumi robusti e da una domanda interna forte, ed è quella che gli economisti chiamano inflazione da domanda. In Europa, invece, gran parte dell'inflazione è venuta dall'esplosione dei costi energetici dopo la guerra in Ucraina, dall'impennata del gas e dalle difficoltà delle catene di fornitura, ed è la classica inflazione da costi. Nessuna delle due è piacevole per chi fa la spesa, ma la prima nasce da un motore che gira veloce, la seconda da un'auto colpita da uno schianto esterno, e gli economisti considerano la prima molto meno pericolosa perché viaggia insieme a crescita, occupazione e investimenti.

Lo stesso vale per il mercato del lavoro. Nonostante le previsioni catastrofiche dei media, che avevano accompagnato l'arrivo e poi il ritorno di Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti continuano a registrare livelli occupazionali altissimi e una capacità di creare nuove attività che l'Europa si sogna. I profeti di sventura avevano annunciato recessione, fuga dei capitali, collasso degli investimenti e perdita di competitività, ed è accaduto l'opposto: la leadership americana nell'intelligenza artificiale si è rafforzata, le grandi piattaforme mondiali dell'IA e i semiconduttori avanzati restano concentrati negli Stati Uniti, e i capitali internazionali continuano a fluire verso New York, la Silicon Valley, Austin, Seattle e Boston.

Niente di tutto questo significa che Trump abbia ragione su tutto, e sarebbe sciocco sostenerlo. I dazi generano inefficienze, le tensioni commerciali producono effetti collaterali, il debito federale resta una mina, e la polarizzazione politica è forse l'eredità più velenosa che lascerà al suo Paese. Ma se vogliamo capire davvero cosa sta accadendo dobbiamo tenere separato il giudizio politico da quello economico, perché sono due strumenti diversi che misurano cose diverse. Si può ritenere Trump inadatto, sgradevole, arrogante o pericoloso, si può dissentire da gran parte delle sue posizioni, si può perfino pensare che il prezzo politico delle sue strategie sia troppo alto. Negare però i risultati economici osservabili solo perché non ci piace chi li ha ottenuti non è analisi, è tifoseria travestita da commento, ed è esattamente la trappola in cui l'Europa, con l'aiuto di una stampa poco indipendente, è caduta.

Ed è qui la lezione che vale più di tutte le cifre messe insieme. Quando entra in scena la politica, le emozioni prendono il posto dei dati, le appartenenze schiacciano i numeri, le identità soffocano le evidenze, e un'informazione che pende dalla parte di chi scrive, che la politica nomina o che pochi possiedono non corregge questa deriva, la amplifica. Forse allora la domanda interessante non è se Trump abbia avuto successo sul piano economico, perché a quella, numeri alla mano, una risposta si può dare. La domanda vera, quella scomoda, è un'altra: saremmo capaci di riconoscerlo?

Da ultimo, i dazi, e qui la smentita è quasi comica. Tutti i media, americani in testa, avevano annunciato la catastrofe: prezzi alle stelle, consumatori in ginocchio, recessione dietro l'angolo. La recessione non è arrivata e stipendi e consumi USA aumentati; l'economia ha continuato a correre, mentre nelle casse dello Stato è entrato un fiume di denaro. La fonte non è la Casa Bianca, è la Neue Zürcher Zeitung, che a un anno di distanza ha tirato le somme: nel 2025 lo Stato americano ha incassato con i dazi circa 289 miliardi di dollari, contro i circa 100 miliardi l'anno della presidenza Biden, cioè quasi il triplo. Ma il gettito è solo la parte visibile. La logica di fondo della politica commerciale di Trump è strategica prima che fiscale: ridurre la dipendenza da una Cina che si era presa interi pezzi della catena produttiva occidentale, riportare in patria le attività industriali considerate sensibili, dai semiconduttori ai farmaci alla difesa, rendere meno vulnerabile la sicurezza economica nazionale e spingere capitali e impianti a investire dentro i confini americani invece che a delocalizzare. Si può obiettare che la strada è lunga e che parte di questi obiettivi è ancora un cantiere aperto, ed è vero. Si può anche dire che la magistratura (è una novità?) combatte questi successi di Trump; ma il punto, di nuovo, è un altro: chi aveva promesso il disastro deve spiegare perché, a conti fatti, il disastro non si è visto, e perché un Paese che secondo i profeti di sventura sarebbe dovuto franare incassa oggi da due volte e mezzo a tre volte più di prima. Non vorreste Donald al posto di Ursula?

Fonti

fög, Forschungszentrum Öffentlichkeit und Gesellschaft, Università di Zurigo, Jahrbuch Qualität der Medien (Annuario sulla qualità dei media), edizioni dal 2010 al 2025. Concentrazione strutturale e dei contenuti del sistema mediatico, riduzione della pluralità nei formati di opinione.

Neue Zürcher Zeitung, «USA contra Deutschland und Schweiz», 7 ottobre 2024; «Europas Wohlstand in Gefahr», 18 luglio 2024; «Europa muss es besser machen», 3 gennaio 2026. Divario di PIL pro capite e produttività tra Stati Uniti e Unione Europea, confronto Germania-Missouri e Francia-South Dakota, stima McKinsey sui redditi perduti.

Technische Universität Dortmund, indagine su 525 giornalisti tedeschi (marzo-giugno 2024): 63 per cento di preferenze per Verdi, SPD o Linke, 41 per cento per i soli Verdi, circa 82 per cento di orientamenti di sinistra e verdi tra chi dichiara un partito. Studi convergenti delle Università di Magonza e Treviri.

Reporters sans frontières (RSF), Indice mondiale sulla libertà di stampa 2025 (Italia al 49° posto su 180); rapporti e missione MFRR-RSF in Francia del giugno 2026 sulla concentrazione proprietaria e l'impero Bolloré; documentazione 2025 sulle clausole di riservatezza imposte ai giornalisti.

Centre for Media Pluralism and Media Freedom (European University Institute), Media Pluralism Monitor 2025: rischio medio-alto per il pluralismo in Italia, duopolio RAI-Mediaset, influenza politica sul servizio pubblico.

Reuters Institute for the Study of Journalism, Oxford, Digital News Report. Pregiudizio, spin e agenda come prima ragione di sfiducia (circa due terzi), variazione della fiducia nei servizi pubblici secondo l'orientamento politico in Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

Newhouse School of Public Communications, Syracuse University, indagine sui giornalisti statunitensi, dato relativo al 2022: 3,4 per cento repubblicani, 36,4 per cento democratici.

Mario Draghi, «The future of European competitiveness», Commissione europea, settembre 2024. Prezzi dell'elettricità da 2 a 3 volte e del gas da 4 a 5 volte superiori a quelli statunitensi.

Energy Institute, University of California, Berkeley (Haas), risparmio generato dal gas da scisto per i consumatori americani tra il 2007 e il 2025 (3.100-4.300 miliardi di dollari).

U.S. Energy Information Administration (EIA), Gallup e Fondo monetario internazionale (IMF), produzione petrolifera record nel 2025 e primato statunitense nelle esportazioni di GNL; identificazione partitica degli elettori americani; proiezioni sul divario di produttività.

Neue Zürcher Zeitung, «Was hat Trump mit seiner Zollpolitik erreicht? Eine Bilanz nach einem Jahr in Grafiken», 23 marzo 2026: circa 289 miliardi di dollari di incassi doganali nel 2025 contro circa 100 miliardi l'anno sotto Biden, cioè quasi il triplo.

 

Inserito il:26/06/2026 18:00:18
Ultimo aggiornamento:26/06/2026 18:18:29
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