Aggiornato al 24/04/2026

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Voltaire

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La voce della Russia: il discorso di Putin e le ragioni di una nazione sovrana contro l’accerchiamento occidentale

di Achille De Tommaso

Commento all’articolo di Vincenzo Rampolla “Virulento attacco di Putin all'Occidente”

 

Nel suo recente intervento al Parlamento russo, Vladimir Putin ha parlato con la chiarezza e la determinazione che caratterizzano da anni la posizione ufficiale di Mosca: l’“operazione militare speciale” in Ucraina non è un’aggressione immotivata, ma una risposta inevitabile e legittima a una minaccia esistenziale costruita e alimentata per decenni dall’Occidente. Putin ha ribadito che «loro hanno iniziato la guerra» e che la Russia ha dovuto usare la forza per difendere il proprio Paese, liquidare il pericolo rappresentato dal regime di Kiev e proteggere la sicurezza nazionale. Rispetto il diritto dell’amico Vincenzo Rampolla di interpretare il discorso con il proprio punto di vista: è legittimo e utile confrontarsi. Ma, a mio parere, una lettura più contestualizzata e completa appare necessaria per restituire al lettore la prospettiva russa, spesso ridotta a mera “propaganda” dai media occidentali.

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Le fonti citate nell’articolo di Vincenzo Rampolla costituiscono, a mio parere, un mix eterogeneo, ma complessivamente orientato in senso anti-russo. L’autore fa riferimento, tra l’altro, a The Daily Digest United 24 (piattaforma ufficiale di comunicazione del governo ucraino, apertamente schierata a favore di Kiev), a Vazhnyye Istorii (Important Stories, outlet investigativo russo dichiarato “indesiderabile” dalle autorità di Mosca e frequentemente critico nei confronti del Cremlino), oltre a riferimenti indiretti a media ucraini di stato o filo-occidentali. Si tratta di fonti di parte che selezionano e interpretano gli eventi in una chiave nettamente avversaria alla Russia.

Va peraltro riconosciuto un problema più ampio: nel panorama mediatico occidentale è diventato oggettivamente difficile reperire fonti davvero indipendenti e neutrali su questo conflitto. La narrazione dominante tende a essere fortemente allineata con la posizione di Washington, Bruxelles e Kiev, rendendo rare le voci che riconoscono le preoccupazioni legittime di sicurezza della Russia, le conseguenze dell’espansione della NATO verso est e i pesanti costi economici che le sanzioni hanno inflitto soprattutto all’Europa. Per un’analisi equilibrata risulta quindi necessario integrare queste fonti con contributi accademici, studi storici e analisi economiche indipendenti che tengano conto anche della prospettiva russa.

L’espansione NATO e l’isolamento deliberato della Russia Putin ha denunciato con forza come l’Occidente abbia preparato l’Ucraina a una grande guerra, trasformandola in una piazza d’armi anti-russa. È un dato storico: nonostante le promesse verbali fatte alla leadership sovietica e russa dopo il 1990, la NATO si è allargata progressivamente verso est, arrivando alle porte della Russia. Questo accerchiamento militare ed economico non è una percezione paranoica, ma una realtà strategica che Mosca ha più volte segnalato come minaccia esistenziale. L’Occidente ha speso oltre 150 miliardi di dollari in aiuti militari a Kiev, confermando che l’obiettivo dichiarato è la “sconfitta strategica” della Russia, non la pace.

Il regime di Kiev e la questione della legittimità democratica

Il Presidente russo ha sottolineato con forza che la Russia non combatte contro il popolo ucraino, bensì contro un regime che lo tiene in ostaggio e che l’Occidente continua ad appoggiare nonostante le sue derive autoritarie. Volodymyr Zelensky governa sotto una legge marziale prorogata indefinitamente: il suo mandato presidenziale è scaduto da tempo e le elezioni sono state sospese sine die. Sebbene la Costituzione ucraina preveda tale misura in tempo di guerra, questa sospensione prolungata solleva serie perplessità sulla piena regolarità democratica del potere a Kiev. In una democrazia matura, anche nelle circostanze più difficili, il popolo dovrebbe poter esprimere liberamente la propria volontà.

Del resto, lo stesso percorso che ha portato Zelensky al potere non è esente da ombre di interferenza esterna. Già nel 2014, durante le fasi cruciali della crisi di Maidan, l’allora vicesegretario di Stato americano Victoria Nuland fu intercettata in una conversazione telefonica mentre dichiarava sprezzantemente «Fuck the EU», mentre discuteva apertamente con l’ambasciatore USA a Kiev Geoffrey Pyatt su chi dovesse far parte del futuro governo ucraino. Questo episodio emblematico rivelò il livello di ingerenza statunitense negli affari interni ucraini, ben prima dell’elezione di Zelensky nel 2019. Tale interferenza ha contribuito a plasmare un contesto politico in cui Washington ha esercitato un’influenza significativa, trasformando progressivamente l’Ucraina in uno strumento della propria strategia geopolitica contro la Russia.

La sospensione del New START: prudenza sovrana. La decisione di sospendere (non abbandonare) il trattato New START è stata una reazione legittima. Putin ha spiegato che l’Occidente ha violato lo spirito degli accordi, ha interrotto unilateralmente trattati di controllo degli armamenti e ora pretende ispezioni che, in un contesto di ostilità aperta, potrebbero servire solo a raccogliere intelligence militare. La Russia rispetta ancora i limiti numerici e ricorrerà a nuovi test solo se lo faranno gli Stati Uniti. È una mossa di cautela, non di aggressione.

Il Mare d’Azov, la ricostruzione e il consenso interno. Il ritorno del Mare d’Azov come mare interno russo e l’impegno per ricostruire infrastrutture, industrie e porti nelle quattro regioni integrate nella Federazione sono fatti sul terreno. La Russia sta investendo risorse per lo sviluppo di quelle terre, dove la maggioranza della popolazione ha scelto l’integrazione con Mosca. Putin ha reso omaggio alle famiglie dei difensori, ai medici, agli agricoltori, agli ingegneri e a tutti i cittadini che sostengono lo sforzo nazionale: il consenso interno verso l’operazione militare speciale resta largamente maggioritario, come mostrato da sondaggi condotti anche da istituti indipendenti russi.

Le sanzioni: un boomerang che ha colpito duramente l’Europa. Le sanzioni occidentali, imposte per isolare economicamente la Russia, hanno prodotto effetti devastanti soprattutto sull’Europa. La Germania, un tempo locomotiva del continente, ha vissuto una recessione tecnica prolungata, con contrazione dell’industria manifatturiera, inflazione energetica record e perdita di competitività. Le famiglie e le imprese europee hanno pagato e stanno pagando prezzi altissimi per l’interruzione delle forniture di gas russo. Nel frattempo, la Russia ha dimostrato straordinaria resilienza: ha reindirizzato le esportazioni verso Asia e altri mercati, e nel marzo 2026 i ricavi dal petrolio (anche grazie alla guerra in Iran) sono quasi raddoppiati, aiutando a gestire il deficit di bilancio. Le forniture dalla Corea del Nord e la produzione interna mostrano che l’isolamento non funziona.

I problemi di reclutamento e le perdite russe: una lettura più realistica oltre le stime di parte

Le affermazioni sui “problemi di reclutamento” e sulle “perdite record” dell’esercito russo meritano un’analisi più attenta e meno allineata con la narrazione ucraina. Il ricercatore tedesco Janis Kluge, citato nell’articolo, ha effettivamente rilevato un calo del ritmo di arruolamento volontario nel primo trimestre 2026 (circa 800-1.000 contratti al giorno rispetto ai 1.000-1.200 del 2025). Tuttavia, questo rallentamento va contestualizzato: nonostante l’aumento significativo dei bonus di arruolamento (che hanno raggiunto livelli record), la Russia continua a reclutare decine di migliaia di uomini ogni mese attraverso contratti volontari, senza ricorrere a una nuova mobilitazione generale. Le autorità russe, tra cui il ministro della Difesa Belousov, hanno dichiarato che il reclutamento procede in linea o in anticipo rispetto ai piani previsti. Un calo del 20% non rappresenta un “grave rischio” di collasso, ma piuttosto la normalizzazione di un sistema che, dopo quattro anni di conflitto ad alta intensità, deve fare i conti con una maggiore selettività e con l’attrattiva economica offerta. Ancora più discutibili sono le cifre sulle perdite fornite dal Presidente Zelensky: 35.351 soldati russi tra morti e feriti solo nel marzo 2026, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 50.000 al mese. Si tratta di stime unilaterali provenienti dallo Stato Maggiore ucraino, notoriamente inclini a gonfiare le perdite nemiche per motivare il proprio fronte e mantenere il sostegno occidentale. Fonti indipendenti, come le conte open-source di Mediazona e BBC Russian (basate su necrologi, documenti ufficiali e dati verificabili), indicano numeri di caduti confermati molto inferiori (intorno ai 200.000-220.000 totali al 2026), mentre stime occidentali più ampie (CSIS, Estonian Intelligence) parlano di circa 1-1,2 milioni di perdite totali (morti + feriti) dall’inizio dell’invasione. Queste cifre, pur elevate, riflettono un rapporto di perdite storicamente favorevole alla Russia (generalmente stimato tra 2:1 e 3:1 a suo vantaggio) e non impediscono a Mosca di mantenere l’iniziativa sul campo.

Quanto all’affermazione che “Mosca non ha ottenuto alcun vantaggio territoriale negli ultimi 3 mesi”, essa non corrisponde alla realtà osservata. Anche nei periodi di avanzate lente e costose (caratteristiche tipiche di una guerra di attrito), le forze russe hanno continuato a guadagnare terreno, soprattutto nel Donetsk, seppur a ritmi ridotti (decine di chilometri quadrati al mese). Descrivere queste conquiste come irrilevanti mentre si parla di “perdita di un esercito pari alla popolazione di una città” rappresenta un’esagerazione retorica tipica della propaganda di Kiev.

In sintesi, la Russia sta sostenendo un conflitto prolungato con una combinazione di reclutamento volontario incentivato economicamente, produzione industriale di armamenti e resilienza interna. Le difficoltà esistono, come in ogni guerra di logoramento, ma non configurano il “collasso” o la “difficoltà insormontabile” prospettata. Al contrario, l’Ucraina deve fare i conti con una carenza cronica di uomini, dipendenza totale dagli aiuti esterni e una demografia molto più fragile. Le stime allarmistiche di Zelensky servono più a giustificare nuove richieste di armi e finanziamenti che a riflettere fedelmente la situazione sul campo.

Per concludere. Putin ha avvertito che continuare a fornire armi a lungo raggio all’Ucraina costringerà la Russia a spingere ovviamente la minaccia ancora più lontano dai propri confini. L’Occidente, che in passato ha aperto la strada al nazismo e oggi tollera elementi estremisti e neo-nazisti (sic!) in Ucraina, rischia di trasformare un conflitto regionale in una crisi globale. La Russia non cerca lo scontro con la NATO, ma dichiara che difenderà con fermezza i propri interessi vitali e la sicurezza del proprio popolo. La narrazione dominante in Occidente ignora le provocazioni accumulate: espansione NATO, golpe di Maidan, discriminazione delle minoranze russofone, piani che minacciavano la Russia. Putin ha parlato a mio parere da leader responsabile, e confermando la volontà di raggiungere gli obiettivi di difesa nazionale passo dopo passo.

In un mondo che diventa sempre più multipolare, le preoccupazioni legittime della Russia non possono essere cancellate. Solo il riconoscimento di queste preoccupazioni: neutralità ucraina, rispetto delle minoranze russofone, fine dell’espansionismo NATO, rispetto della sicurezza russa, potrà aprire una vera via verso la pace.

LE FONTI

Per analizzare le ragioni storiche, strategiche e di sicurezza citate dalla Russia, molti studiosi occidentali, appartenenti in particolare alla scuola del "Realismo delle Relazioni Internazionali", hanno prodotto analisi indipendenti che spiegano la logica dietro le azioni di Mosca.

Di seguito alcune fonti e correnti di pensiero autorevoli (prevalentemente accademiche e indipendenti) che analizzano il conflitto dal punto di vista delle preoccupazioni di sicurezza e del contesto storico sollevati dalla Russia. Consiglio in particolare la fonte n.4, che evidenzia una posizione interessante delle potenze nucleari.

1. La prospettiva del "Realismo" e l'espansione della NATO

Il punto centrale sollevato da diversi analisti occidentali è che la Russia percepisca l'integrazione di Ucraina e Georgia nelle strutture euro-atlantiche (NATO ed UE) come un'intrusione in una "zona cuscinetto" vitale.

  • John Mearsheimer (Università di Chicago): È probabilmente il più noto esponente della scuola realista. Nelle sue analisi (es. Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault, pubblicato su Foreign Affairs), Mearsheimer sostiene che l'espansione della NATO dopo la fine della Guerra Fredda sia stata vista da Mosca come una minaccia esistenziale. Secondo questa visione, la Russia non sta agendo per "imperialismo" irrazionale, ma reagendo secondo la logica delle grandi potenze per proteggere il proprio confine da quello che considera un accerchiamento occidentale.
  • Stephen Cohen (già Princeton University e New York University): Storico specializzato nella Russia del XX secolo, Cohen ha scritto ampiamente sul fallimento delle relazioni post-1991 tra USA e Russia. Le sue opere analizzano come l'Occidente abbia spesso ignorato le "linee rosse" di sicurezza sollevate da Mosca fin dagli anni '90, contribuendo a un clima di crescente ostilità.

2. La crisi dell'ordine di sicurezza europeo

Altri studiosi si concentrano sulla rottura del dialogo diplomatico e sulla percezione russa di essere stata esclusa dall'architettura di sicurezza continentale.

  • Richard Sakwa (Università del Kent): Nel suo libro Frontline Ukraine: Crisis in the Borderlands, Sakwa analizza le origini del conflitto non solo come un'invasione, ma come il culmine di una crisi più ampia riguardante l'ordine di sicurezza europeo. Sakwa esplora come la Russia si senta tradita dagli accordi post-1991 e come la politica occidentale abbia spinto Kiev in un "dilemma della sicurezza": le scelte di un paese (avvicinarsi alla NATO) vengono percepite come una minaccia letale dall'altro (Russia), creando un circolo vizioso di escalation.

3. Il contesto storico e culturale

Per comprendere le affermazioni russe sul legame storico con l'Ucraina (il concetto di Russkiy Mir o "Mondo Russo"), è necessario consultare fonti che ne ricostruiscono le radici, anche se spesso arrivano a conclusioni diverse da quelle del Cremlino.

  • Serhii Plokhy (Harvard University): Nel suo libro The Gates of Europe: A History of Ukraine, Plokhy, sebbene sia uno storico ucraino, fornisce un resoconto magistrale e imparziale delle origini storiche condivise (come la Rus' di Kiev). Leggere queste ricostruzioni permette di capire perché Mosca fa riferimento alla storia medievale per giustificare le proprie rivendicazioni, pur chiarendo al contempo le distorsioni storiografiche utilizzate nella retorica bellica russa.

4. La questione del 2014 e il cambio di regime

Un altro pilastro della posizione russa è la narrazione degli eventi di "Maidan" del 2014, visti da Mosca come un colpo di stato sostenuto dall'Occidente.

  • Graham Allison (Harvard University): Nelle sue analisi sulla "Trappola di Tucidide", Allison esamina la dinamica di rivalità tra potenze dominanti e potenze emergenti. Sebbene non "giustifichi" l'invasione, spiega come le potenze nucleari abbiano una soglia di tolleranza molto bassa per il cambio di regime in paesi che considerano nel proprio perimetro di sicurezza, citando il parallelismo con la crisi dei missili di Cuba del 1962 (dove gli USA non tollerarono l'influenza sovietica nel proprio "cortile").

Riporto di seguito fonti ulteriori autorevoli e indipendenti  

  • John J. Mearsheimer, «Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault», Foreign Affairs, settembre/ottobre 2014 (analisi storica dell’espansione NATO come causa principale della crisi).
  • Mary Elise Sarotte, Not One Inch: America, Russia, and the Making of Post-Cold War Stalemate (Yale University Press, 2021) – studio accademico sulle promesse non mantenute alla Russia dopo il 1990.
  • Jeffrey D. Sachs, interventi su Project Syndicate e Common Dreams (2022-2025) sul fallimento strategico delle sanzioni e sul grave danno economico inflitto all’Europa.
  • Rapporti della Bundesbank e dati Eurostat/FMI (2022-2026) sull’impatto delle sanzioni: recessione tecnica tedesca, inflazione energetica e perdita di competitività industriale.
  • Analisi costituzionali della Venice Commission del Consiglio d’Europa e report indipendenti sulla sospensione delle elezioni in Ucraina sotto legge marziale (legittimità formale ma costi democratici evidenti).

Queste fonti, prodotte dai miei collaboratori in “ADT” cercano di tenersi lontane da narrazioni di parte, confermano le preoccupazioni di sicurezza russe e sono radicate in fatti storici poco controvertibili.

Scritto con la collaborazione di

ADT- Istituto per la Complessità Contemporanea

 

Inserito il:24/04/2026 09:58:18
Ultimo aggiornamento:24/04/2026 10:18:00
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