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Voltaire

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DA LEPANTO AL 7 OTTOBRE - Perché Islam e Occidente non riescono a stare in pace

di Achille De Tommaso

Chi pensa che il Mediterraneo e il Medio Oriente siano teatri secondari dimentica la storia. Il 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto, in poche ore di combattimento morirono quasi 40.000 uomini, furono catturate 160 navi e liberati 12.000 schiavi cristiani. Fu la più grande battaglia navale dell'età moderna, combattuta per impedire a una potenza ostile di dominare il Mediterraneo. Oggi la geometria della minaccia è diversa, ma la logica strategica è la stessa: un regime teocratico che controlla lo Stretto di Hormuz, finanzia il terrorismo su tre continenti, sta accumulando uranio arricchito a livelli che non hanno alcuna applicazione civile, e rappresenta per l'Europa una minaccia non meno concreta di quella ottomana cinque secoli fa. Con una differenza decisiva: nel 1571 l'Europa trovò la volontà politica di unirsi nella Lega Santa, superando rivalità profonde tra Venezia, Spagna e Stato Pontificio. Oggi, di fronte a una minaccia documentata dall'AIEA e confermata dai fatti, l'Europa dice "non è la nostra guerra". il parallelo non riguarda solo il 7 ottobre, ma anche l'11 settembre. Michael Novak, su National Review, collegò esplicitamente le due date: il 7 ottobre 1571 (Lepanto) e l'11-12 settembre 1683 (Vienna), notando che queste ricorrenze hanno un significato nella memoria storica islamica che l'Occidente ha completamente rimosso.

"mentre l'Occidente ha perso il significato storico di questa data, la memoria islamica è profonda".(*)

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L'ombra lunga di Lepanto

Il 7 ottobre 1571, nelle acque del golfo di Patrasso, la flotta della Lega Santa affrontò e distrusse la marina ottomana. La battaglia di Lepanto fu salutata in tutta Europa come la fine dell'invincibilità turca, una svolta epocale. Ma chi credeva che quella vittoria avrebbe chiuso per sempre il conflitto tra le due civiltà si sbagliava di misura. Cinque secoli dopo, il 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas varcavano il confine israeliano al grido di Allah Akbar e massacravano oltre milleduecento persone. Stesso mese, stesso numero nel giorno, diverso anno. La storia non si ripete, diceva Mark Twain, ma fa rima. La domanda che ci poniamo non è retorica né polemica: perché queste due culture, due visioni del mondo, due civiltà che hanno prodotto entrambe scienza, filosofia, arte, letteratura e matematica, non riescono a trovare una pace duratura? È una questione di religione? Di geopolitica? Di risorse? Di memoria storica? Di identità irriducibili? La risposta, come vedremo, è che è tutto questo insieme, e che ridurla a una sola causa significa non capirla.

La guerra in Iran: quando la modernità si scontra con la teocrazia

Per comprendere la frattura strutturale tra Occidente e mondo islamico, bisogna partire dalla Rivoluzione Iraniana del 1979. Quell'anno, l'ayatollah Khomeini non si limitò a rovesciare lo Scià. Formulò qualcosa di più profondo: una teoria dello Stato islamico, il Velayat-e Faqih, il governo del giureconsulto, secondo cui la sovranità appartiene a Dio e viene esercitata dai suoi interpreti in terra. Non al popolo, non alla nazione, non alla legge secolare: a Dio. Era la negazione esplicita dei principi su cui l'Occidente aveva costruito la sua modernità politica dopo Westfalia, dopo Locke, dopo Montesquieu, dopo le Rivoluzioni americana e francese. La crisi degli ostaggi all'ambasciata americana, la guerra Iran-Iraq foraggiata da Washington, le sanzioni, il programma nucleare: tutto questo non è storia di un paese ribelle. È la storia di una collisione tra due principi di legittimità incompatibili. L'Occidente non riesce a capire come uno Stato possa rifiutare la separazione tra religione e politica. L'Iran non riesce a capire come una civiltà possa aver ridotto Dio a fatto privato. Nessuno dei due ha torto, nel senso che entrambi sono coerenti con la propria premessa. Il dramma è che le premesse sono contraddittorie.

Vale la pena ricordare che l'Iran non è arabo. È persiano. Parla il farsi, non l'arabo. È sciita in un mondo islamico a maggioranza sunnita. Ma la sua rivoluzione ha ugualmente ispirato movimenti islamisti in tutto il Maghreb, in Africa subsahariana, nel Levante. Perché? Perché ha dimostrato che era possibile rovesciare un regime modernizzatore filo-occidentale in nome dell'Islam. Il contagio non era etnico né linguistico: era ideologico.

Israele: il nodo che non si scioglie

Nessun conflitto incarna meglio la sovrapposizione di strati storici, religiosi, geopolitici e identitari quanto quello israelo-palestinese. Qui il terreno è così carico di esplosivo simbolico che anche il vocabolario è campo di battaglia: chi dice "coloni" e chi dice "pionieri"; chi dice "terroristi" e chi dice "resistenza"; chi dice "terra promessa" e chi dice "Nakba". Due narrazioni totali si sovrappongono sullo stesso lembo di terra, e ciascuna è internamente coerente.

Israele è, agli occhi del mondo arabo e islamico, il simbolo vivente dell'intrusione occidentale nel cuore del Dar al-Islam, il territorio dell'Islam. La sua fondazione nel 1948 fu decisa da potenze europee su suolo che arabi abitavano da secoli, in un atto che il mondo arabo non ha mai accettato come legittimo. Che gli ebrei abbiano radici storiche e religiose in quella terra è storicamente fondato. Che i palestinesi siano stati espulsi o siano fuggiti durante la guerra del 1948 è anch'esso storicamente documentato. Due verità simultanee che il discorso politico riduce invariabilmente a una.

Per l'Occidente, Israele è l'unica democrazia liberale in Medio Oriente, un alleato strategico, un esperimento riuscito di sopravvivenza di un popolo perseguitato. Per larga parte del mondo islamico, è una ferita aperta, un avamposto coloniale, un affronto quotidiano. Queste percezioni non sono modificabili con argomenti razionali perché affondano in strati più profondi: nel lutto, nell'identità, nella sacralità del luogo.

L'11 settembre: quando il conflitto attraversò l'Atlantico

L'11 settembre 2001 cambiò la topografia del conflitto. Fino ad allora, le guerre tra Occidente e Islam si combattevano in Medio Oriente, in Asia Centrale, sulle sponde del Mediterraneo. Quel mattino di settembre, diciannove uomini portarono la guerra nel cuore di New York e Washington. Non con eserciti, non con missili, non con portaerei: con cutter da scatolame e la volontà di morire. La strategia di Al-Qaeda era, nella sua brutalità, raffinata: provocare una risposta americana sproporzionata che radicalizzasse il mondo islamico e dimostrasse la vera natura dell'Occidente. La risposta americana fu esattamente quella prevista: invasione dell'Afghanistan, poi dell'Iraq, torture ad Abu Ghraib, detenzioni senza processo a Guantanamo, droni che uccidevano wedding party in Pakistan. Bin Laden perse la vita ma vinse la strategia. L'Occidente dimostrò, almeno agli occhi del mondo islamico, di non essere diverso da quello che aveva sempre detto di combattere. Il dato che spesso si dimentica: i maggiori responsabili degli attacchi erano cittadini sauditi, provenienti da un paese alleato, ricco, moderato secondo i canoni occidentali. Non venivano dalla miseria, non venivano dall'ignoranza. Mohamed Atta aveva un dottorato in architettura. Ziad Jarrah era figlio di una famiglia benestante libanese. Il terrorismo jihadista non è frutto di povertà o mancanza di istruzione. È frutto di una risposta identitaria alla modernità: il senso di umiliazione culturale di civiltà che si percepiscono dominate.

Gli attentati in Europa: il conflitto entra a casa nostra

Madrid, 2004: centonovantatré morti sui treni dell'Atocha. Londra, 2005: cinquantadue vittime sui bus e nella metropolitana. Parigi, 2015: centotrentadue morti al Bataclan, agli stadi, ai caffè del decimo e dell'undicesimo arrondissement. Nizza, 2016: ottantasei persone falciate sul lungomare da un camion. Berlino, 2016. Barcellona, 2017. Bruxelles. Stoccolma. Utrecht. Amsterdam. Il catalogo è lungo. Chi erano questi attentatori? Molti erano europei. Nati a Bruxelles, cresciuti a Molenbeek, andati a scuola a Londra, vissuti nei banlieues parigini. Cittadini europei che avevano scelto di fare la guerra all'Europa. Questo dato sconvolge perché sembra incomprensibile: come si può odiare il paese in cui si è nati? Ma la domanda è mal posta. Questi giovani non si sentivano europei, nonostante i documenti. Si sentivano umiliati, marginali, invisibili come individui e ipervisibili come minaccia. Trovavano nell'ideologia jihadista quello che la società europea non riusciva a dare loro: un'identità totale, una comunità, un senso, la promessa della gloria. L'Europa si trovò di fronte a un paradosso: il fallimento del multiculturalismo come politica (ammesso da Merkel, Cameron e Sarkozy in anni diversi) non significava che l'integrazione fosse impossibile in assoluto, ma che era stata gestita male. Non si integrano culture, si integrano individui. E per integrare individui bisogna offrire loro prospettive reali, non solo documenti di residenza.

Il 7 ottobre 2023: il ritorno della barbarie

L'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 fu qualcosa di diverso da tutti i precedenti. Non era un attentato suicida, non era un missile lanciato da Gaza, non era una guerriglia urbana. Era un'incursione programmata, sistematica, deliberata contro civili: bambini decapitati, donne violentate, anziani bruciati vivi nelle loro case. I responsabili lo documentarono essi stessi, con orgoglio, sulle bodycam e sui telefoni delle vittime. Quello che colpì l'Occidente, ancora scosso, non fu solo l'orrore in sé. Fu la risposta di una parte del mondo arabo e di segmenti non trascurabili dell'opinione pubblica occidentale, compresi molti campus universitari europei e americani. Festeggiamenti a Gaza e a Ramallah. Manifestazioni in supporto di Hamas nelle capitali europee. Professori che parlarono di "resistenza legittima". Una tale divaricazione morale non era mai apparsa così nitida. Non si tratta di sostenere che tutti i palestinesi siano Hamas, né che tutti i musulmani condividano quella visione. Non è così, e sarebbe una falsità grave oltre che pericolosa. Milioni di arabi e musulmani in tutto il mondo condannano il massacro. Ma qualcosa di strutturale esiste nel modo in cui larghe parti del mondo islamico percepiscono il conflitto con Israele: come una guerra di liberazione in cui le vittime civili israeliane vengono contabilizzate diversamente dalle vittime civili palestinesi. Questa asimmetria morale è reale e va nominata.

Perché non riescono a stare in pace: le radici strutturali del conflitto

Samuel Huntington, nel suo controverso "Lo scontro delle civiltà" del 1996, sosteneva che i conflitti post-Guerra Fredda si sarebbero organizzati lungo le linee di frattura tra civiltà piuttosto che tra ideologie. Venne molto criticato, spesso a ragione, per la rigidità dello schema. Ma la sua intuizione centrale reggeva: esiste una componente identitaria profonda nelle tensioni internazionali che le spiegazioni economiche e geopolitiche non catturano per intero. Le ragioni della difficoltà strutturale sono almeno quattro. La prima è teologica: l'Islam, a differenza del Cristianesimo dopo secoli di conflitti e compromessi, non ha ancora completato la propria riforma della relazione tra legge religiosa e legge civile. Non per incapacità intrinseca, ma perché il processo storico è stato diverso. L'Europa ha impiegato quattro secoli di guerre di religione, Illuminismo e Rivoluzioni per arrivare alla separazione tra sfera pubblica e privata. Il mondo islamico ha avuto quel processo interrotto dal colonialismo e poi distorto dall'esportazione forzata di modelli.

La seconda ragione è storica: il colonialismo europeo ha lasciato ferite profonde nel mondo arabo e islamico. Confini tracciati con il righello da Sykes e Picot nel 1916, senza tenere conto di etnie, tribù, lingue. Risorse estratte, élites locali corrotte e messe al servizio delle potenze coloniali, umiliazioni sistematiche di culture millenarie. Queste ferite non sono retoriche: sono ancora vive nella memoria collettiva e vengono usate, spesso strumentalmente, per alimentare risentimenti che il tempo da solo non guarisce.

La terza ragione è geopolitica: il Medio Oriente è una zona di interesse vitale per le grandi potenze a causa del petrolio, dei gas, delle rotte commerciali, del Canale di Suez. Questo ha portato a interventi, interferenze, sostegno a regimi autocratici in cambio di stabilità, con il risultato di soffocare ogni dinamica di cambiamento interno. Quando le popolazioni si sono ribellate, spesso hanno trovato nell'islamismo il solo canale disponibile per l'opposizione, perché i partiti laici erano stati sistematicamente repressi con l'approvazione tacita o esplicita dell'Occidente.

La quarta ragione è demografica e sociale: il mondo arabo e islamico è giovane, in rapida crescita, con tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti del mondo. Giovani istruiti e senza prospettive sono il terreno di coltura ideale per le ideologie estremiste. Non perché l'Islam produca necessariamente violenza, ma perché la disperazione cerca sempre una narrativa che la trasformi in dignità.

Potranno queste due culture vivere in pace?

La risposta onesta è: dipende da quale scala temporale consideriamo. Nel breve termine, no. Le condizioni per una pace strutturale non esistono. Il conflitto israelo-palestinese è bloccato da decenni su posizioni inconciliabili. L'Iran costruisce la sua identità politica sulla contrapposizione con l'Occidente. I movimenti jihadisti hanno ancora capacità di reclutamento e di azione. Le migrazioni di massa verso l'Europa continuano a produrre tensioni identitarie che i partiti populisti capitalizzano. Nel medio-lungo termine, la risposta dipende da alcune variabili critiche.

La prima è se il mondo islamico riuscirà a produrre internamente una riforma che riconcili fede e modernità senza imposizioni esterne. Ci sono voci che ci provano, teologi come Tariq Ramadan nelle sue versioni migliori, intellettuali come Malek Chebel, movimenti islamici che si sono riconciliati con la democrazia come Ennahda in Tunisia prima del colpo di mano di Saied. Non sono voci dominanti, ma esistono.

La seconda variabile è se l'Occidente abbandonerà il doppio standard morale con cui guarda al Medio Oriente: indignazione selettiva, alleanze con regimi che reprimono le proprie popolazioni, sostegno a Israele che ignora le sue violazioni del diritto internazionale mentre si condanna verbalmente ogni violazione russa in Ucraina. Questa incoerenza non passa inosservata e alimenta il risentimento più di qualsiasi ideologia.

La terza variabile è economica: se il mondo islamico riuscirà a diversificare le proprie economie oltre il petrolio, come stanno cercando di fare gli Emirati e l'Arabia Saudita con Vision 2030, e se questo produrrà classi medie stabili con interessi nella pace, i fattori strutturali del conflitto cambieranno. La pace non nasce mai dal solo idealismo: nasce quando diventa nell'interesse delle élite mantenerla. Lepanto non risolse nulla. La battaglia fermò l’espansione ottomana nel Mediterraneo ma non fermò il conflitto. Ci vollero altri due secoli e l’emergere di un nuovo ordine internazionale per ridisegnare l’equilibrio. Forse anche questa lunga guerra, che dura da quattordici secoli con intensità variabile, troverà un suo nuovo equilibrio. Non per conversione reciproca, non per trionfo di una civiltà sull’altra, ma per esaurimento, per interesse, per la scoperta lenta che la convivenza è meno costosa della guerra perpetua.

C’è però un insegnamento di Lepanto che il dibattito attuale ignora completamente, e che riguarda non le colpe del passato ma le responsabilità del presente. Nel 1571, l’Europa era divisa quanto lo è oggi: Venezia e la Spagna si detestavano, Genova giocava su più tavoli, la Francia si era chiamata fuori, i protestanti del Nord erano indifferenti. Eppure, di fronte a una minaccia che tutti riconoscevano come esistenziale, Papa Pio V riuscì nell’impresa di costruire una coalizione che superò rivalità secolari. In poche ore di combattimento, nelle acque di Lepanto, morirono quasi quarantamila uomini, furono catturate centosessanta navi e liberati dodicimila schiavi cristiani. Fu la più sanguinosa battaglia navale dell’età moderna, e la sua lezione non è militare: è politica. L’Europa seppe agire perché riconobbe la minaccia per quello che era, senza auto-ingannarsi con la retorica del “non è la nostra guerra”. Oggi, di fronte a un Iran che accumula uranio arricchito al 60%, finanzia proxy terroristici su tre continenti e proclama la distruzione di Israele come obiettivo di stato, l’Europa ripete esattamente l’errore che a Lepanto evitò: si divide, si astiene, si nasconde dietro il multilateralismo di facciata. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha dichiarato di non essere più in grado di garantire che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente pacifico. L’Iran ha rifiutato le ispezioni, ha espulso gli ispettori esperti, ha rifiutato le trattative. E l’Europa dice “non è la nostra guerra”. Ma il venti per cento dell’energia europea transita dallo Stretto di Hormuz, gli attentati di matrice iraniana hanno colpito suolo europeo, e un Iran nucleare innescherebbe una corsa al riarmo in Medio Oriente le cui conseguenze, migratorie, energetiche, securitarie, ricadrebbero in primo luogo sul continente europeo. La domanda non è se l’Occidente abbia colpe storiche, perché le ha. La domanda è se quelle colpe giustifichino l’inerzia di fronte a una minaccia presente. A Lepanto la risposta fu no. Oggi la risposta sembra essere un imbarazzato silenzio.

Ma per arrivarci, servirà che entrambe le parti smettano di raccontarsi le proprie narrazioni come se fossero verità universali. L’Occidente dovrà riconoscere le proprie responsabilità storiche senza autocommiserazione. Il mondo islamico dovrà fare i conti con le proprie patologie politiche senza esternalizzarle tutte come effetti del colonialismo. Non sarà rapido. Non sarà pulito. Non sarà lineare. La storia, come sapeva bene chiunque abbia guardato le acque di Lepanto, non lo è mai.

***

(*) AEI - Two Battles That Saved the West: Lepanto 1571 and Vienna 1683

Monday, December 8, 2008 https://www.aei.org/events/two-battles-that-saved-the-west-lepanto-1571-and-vienna-1683/

 

Scritto con la collaborazione di ADT – Istituto per la Complessità Contemporanea

 

Inserito il:24/03/2026 10:26:07
Ultimo aggiornamento:24/03/2026 11:59:15
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