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La pazienza come arma
di Achille De Tommaso
La dottrina russa del logoramento tra storia, filosofia e geopolitica
«La Russia non ha bisogno di vincere le battaglie. Ha bisogno di non perdere la guerra.»
(Massima attribuita a Kutuzov)
L'Occidente e l'illusione della battaglia decisiva
Nel pensiero strategico occidentale, da Clausewitz in poi, la guerra ha un obiettivo chiaro: la Niederwerfungsstrategie, la strategia dell'abbattimento, la ricerca della battaglia decisiva che annienta la capacità e la volontà del nemico in un colpo solo. Austerlitz, Sedan, la caduta di Parigi nel 1940: l'immaginario militare europeo è costruito attorno a momenti di rottura, a lampi che cambiano il corso della storia. Secondo gli occidentali la guerra è un fatto intenso, breve, risolutivo. Il tempo è nemico: ogni giorno in più è un costo, un rischio, un fallimento.
Questa concezione è profondamente radicata nella cultura strategica dell'Occidente: la Russia non ha preso Kiev in tre giorni, dunque ha fallito. Non ha sfondato le linee ucraine con una manovra di Cannae, dunque è debole. Avanza di settanta metri al giorno, dunque perde. È un errore di prospettiva che si ripete da due secoli. E la Russia, ogni volta, ne trae vantaggio. Nel 1812 con Napoleone, e nel 1941 con Hitler .
Una filosofia della resistenza
C'è qualcosa di più profondo, in questa costante storica, di una semplice preferenza tattica. La dottrina russa del logoramento è l'espressione militare di una filosofia che affonda le radici nella geografia, nella storia e nella cultura di quel Paese.
La geografia, innanzitutto. La Russia è il Paese più esteso del pianeta: undici fusi orari, diciassette milioni di chilometri quadrati. Lo spazio, che per l'attaccante è un problema logistico, per il difensore è una risorsa. Ogni chilometro percorso dall'invasore è un chilometro in più di linea di rifornimento esposta, di vulnerabilità, di attrito.
Ma la geografia da sola non spiega tutto. C'è una dimensione culturale che l'Occidente fatica a comprendere: il rapporto russo con la sofferenza e con il tempo. Il concetto russo di terpeniye, la pazienza, la sopportazione, la capacità di durare; non è una virtù tra le altre: è la virtù fondamentale, quella che nella tradizione nazionale distingue i vincitori dai vinti. La Russia ha attraversato l'invasione mongola, il Periodo dei Torbidi, le guerre napoleoniche, la guerra civile, la collettivizzazione forzata, la Seconda guerra mondiale con le sue ventisei milioni di morti. Ogni volta, la società è sopravvissuta perché ha saputo sopportare ciò che altri non avrebbero potuto.
Questa capacità di assorbimento non è un incidente della storia: è il prodotto di un sistema in cui lo Stato può imporre alla popolazione sacrifici che nessuna democrazia occidentale potrebbe chiedere ai propri cittadini. La Russia può accettare costi che l'Occidente non può accettare, e lo sa. E i suoi avversari, puntualmente, lo dimenticano.
Clausewitz letto da Mosca
Clausewitz è il teorico militare prussiano più influente della storia moderna. In Occidente lo si cita quasi sempre per una sola idea: la Niederwerfungsstrategie, la strategia dell'abbattimento, cioè la ricerca dello scontro campale risolutivo che distrugge l'esercito nemico in un colpo e costringe alla resa.
Ma Clausewitz scrisse anche un'altra cosa, meno citata e più profonda: il concetto di Friktion, l'attrito. In guerra, scrive, «tutto è semplice, ma la cosa più semplice è difficile».
L'attrito è l'insieme di tutte quelle forze invisibili che fanno deragliare i piani perfetti: la Blitzkrieg minimizza l'attrito con la velocità; la Russia lo massimizza per l'avversario, lasciando che tempo e usura facciano il lavoro.
Se la guerra è politica, la domanda decisiva non è "possiamo vincere questa battaglia?" ma "chi può sopportarne il costo più a lungo?". La guerra vera non si combatte nelle trincee del Donbass ma nelle opinioni pubbliche europee e nelle aule del Congresso. Putin non ha bisogno di vincere a Pokrovsk: ha bisogno che l'elettore occidentale si chieda se valga la pena continuare a pagare.
La trappola dell'impazienza
Il rischio più grande per l'Occidente non è la forza militare russa. È la propria impazienza. Le democrazie liberali sono strutturalmente inadatte alle guerre lunghe: i cicli elettorali impongono orizzonti temporali di due, quattro, al massimo cinque anni; le opinioni pubbliche si stancano; i media cercano novità; i costi economici diventano argomento di campagna elettorale.
Putin non deve vincere sul campo di battaglia. Deve solo attendere che la coalizione avversaria si sfaldi per stanchezza, per divisione interna, per calcolo politico. È la stessa strategia con cui il Vietnam del Nord sconfisse gli Stati Uniti: non sul piano militare, ma su quello della volontà politica. Il generale Giap lo disse con disarmante chiarezza: «Voi ucciderete dieci dei nostri uomini per ogni americano che uccideremo. Ma alla fine sarete voi a stancarvi».
La Russia di Putin applica la stessa logica con una variante: non combatte direttamente la NATO, ma logora la volontà occidentale di sostenere l'Ucraina.
Un popolo che non ha bisogno del superfluo
C'è poi un fattore che le analisi strategiche occidentali trattano con imbarazzo o ignorano del tutto, perché sfugge alle categorie della geopolitica. È un fatto antropologico: il popolo russo può fare a meno delle mollezze occidentali senza che questo generi rivolta o crisi di consenso. Non perché sia oppresso al punto da non poter protestare, la storia russa è costellata di rivolte, ma perché la relazione tra il cittadino russo e il comfort è radicalmente diversa da quella di un europeo occidentale.
L'italiano medio, il tedesco medio, il francese medio hanno costruito la propria identità sociale attorno al tenore di vita: toglierglielo significa togliere non solo benessere, ma senso. Le proteste dei gilet gialli in Francia non nacquero da una carestia, ma da un aumento del prezzo del carburante. La crisi politica tedesca non è figlia di una guerra, ma della stagnazione economica e dell'aumento dei costi energetici.
In Russia è diverso; il russo medio vive, nella maggior parte del Paese, con una qualità materiale della vita significativamente inferiore a quella di un europeo occidentale. Lo sa, ma, nella stragrande maggioranza dei casi non per questo odia il proprio Paese né chiede un cambio di regime. La babuška che coltiva l'orto nella sua dacia, il meccanico di Novosibirsk, l'insegnante di Kazan vivono con stipendi e comfort che un italiano considererebbe inaccettabili, ma non ne fanno una questione di Stato.
Questo non è rassegnazione: è una scala di valori diversa. Un italiano può dichiarare di amare l'Italia quando la nazionale vince i mondiali, ma diffida delle istituzioni, evade le tasse quando può, e considera il proprio Paese con un misto di affetto e cinismo che rasenta l'autoironia permanente. Il rapporto del russo con la Russia è un'altra cosa. È identitario, totalizzante, quasi sacrale. La Rodina, la Madre Patria, non è un concetto astratto né un sentimento da esibire nelle occasioni ufficiali: è un legame che attraversa le classi sociali, le generazioni, le differenze politiche. Anche chi critica Putin, anche chi vorrebbe un Paese più libero e moderno, reagisce con ferocia istintiva quando percepisce una minaccia esterna alla propria terra.
Questa differenza è decisiva in una guerra di logoramento. Quando le sanzioni occidentali colpiscono l'economia russa, l'effetto atteso, la protesta popolare contro il Cremlino, non si materializza; non perché i russi non soffrano, ma perché la sofferenza economica viene filtrata attraverso una narrazione patriottica in cui il sacrificio individuale è il prezzo della difesa collettiva. L'embargo non indebolisce il consenso: lo rafforza, perché conferma la percezione, radicata nella memoria storica, che l'Occidente è ostile e che la Russia, come sempre, deve resistere da sola.
È lo stesso meccanismo psicologico che operò durante l'assedio di Leningrado, quando per novecento giorni la popolazione sopportò fame, gelo e bombardamenti senza arrendersi. Non per amore di Stalin, che molti detestavano, ma per amore della propria città e della propria terra. La capacità russa di trasformare la privazione in identità, la sofferenza in orgoglio nazionale, il sacrificio in prova di appartenenza, è un'arma strategica che nessuna sanzione può neutralizzare, perché non è un prodotto del regime: è un prodotto della cultura.
L'Occidente, che fonda il proprio modello sulla promessa del benessere individuale, è strutturalmente incapace di comprendere un avversario per il quale il benessere individuale è subordinato all'orgoglio collettivo. È questa, forse, l'asimmetria più profonda di tutto il conflitto: non quella delle armi o dei bilanci, ma quella dei valori. E in una guerra di logoramento, i valori contano più dei missili.
Il tempo come filosofia
La dottrina russa del logoramento non è un espediente tattico: è una filosofia della storia. Nasce dalla convinzione che il tempo sia la risorsa strategica suprema, e che chi può sopportare più a lungo finirà per prevalere. È una visione anti-eroica della guerra, priva del glamour della carica di cavalleria o dello sfondamento blindato, ma terribilmente efficace contro avversari che ragionano in trimestri anziché in decenni.
Scriveva Sun Tzu, venticinque secoli fa, che il supremo atto dell'arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere. La Russia non aspira a tanto. Ma aspira a qualcosa di quasi altrettanto ambizioso: vincere la guerra non sul campo di battaglia, ma nell'anima dell'avversario. E la storia ci insegna che, quando la Russia sceglie questa strada, il tempo le dà quasi sempre ragione.
RIFERIMENTI
Sul tempo e la pazienza come strategia:
Tolstoj, in Guerra e pace, mette in bocca a Kutuzov la frase che ne riassume l'intera filosofia: «Non è difficile prendere una fortezza, ma è difficile vincere una campagna. Per quello non servono assalti e attacchi, ma tempo e pazienza» (War and Peace, trad. Maude, Oxford University Press, p. 798).
Sulla sofferenza come identità nazionale:
Dostoevskij scrisse nel Diario di uno scrittore (1873-1876): «Credo che il bisogno spirituale principale e più fondamentale del popolo russo sia il bisogno di sofferenza, incessante e inestinguibile, ovunque e in ogni cosa. Questo bisogno è stato instillato nel popolo russo da tempo immemorabile. Una corrente di martirio attraversa tutta la sua storia, e non scorre solo da sventure e disastri esterni, ma sgorga dal cuore stesso del popolo. C'è sempre un elemento di sofferenza persino nella felicità del popolo russo, e senza di essa la sua felicità è incompleta» (A Writer's Diary, Vol. 1, pp. 161-162).
In Delitto e castigo, Dostoevskij sintetizza: «Il dolore e la sofferenza sono sempre inevitabili per una grande intelligenza e un cuore profondo».
E ancora, la frase che forse meglio condensa la sua visione: «La sofferenza è l'unica origine della coscienza».
Dopo la prigionia in Siberia, Dostoevskij divenne un nazionalista convinto: credeva che la Russia fosse una nazione eletta con un futuro sacro benedetto da Dio, e che la sofferenza fosse l'unica via per purificare un'anima peccatrice. La sofferenza della Russia rendeva il Paese puro.
Sulla russkaya dusha (l'anima russa):
Nella letteratura occidentale la sofferenza è una sfida da superare. Nella letteratura russa è qualcosa di diverso: un crogiolo per lo sviluppo morale, una condizione necessaria per l'empatia, persino una fonte di illuminazione spirituale. I personaggi di Dostoevskij non attraversano il dolore: ne vengono riplasmati. In Guerra e pace, Pierre Bezukhov trova la pace interiore e la comprensione dei valori semplici (famiglia, amore, lavoro per il bene altrui) solo attraverso la sofferenza e il contatto con Platon Karataev, incarnazione della saggezza popolare e dell'umiltà contadina russa.
Su Solženicyn e la resistenza:
Aleksandr Solženicyn, in Arcipelago Gulag, documenta come milioni di russi abbiano sopportato il sistema concentrazionario staliniano conservando una dignità interiore che nessuna oppressione poteva cancellare. La sua opera è la dimostrazione letteraria del terpeniye: la capacità di durare quando qualsiasi logica razionale suggerirebbe di cedere.
Sulla Rodina (Madre Patria):
Il concetto di Rodina permea tutta la poesia e la prosa russa, da Puškin a Blok. Lermontov scrisse nella poesia La mia patria (1841): «Amo la patria, ma di un amore strano, che la mia ragione non può vincere». È un amore irrazionale, viscerale, che non dipende dalle condizioni materiali né dalla qualità delle istituzioni: è identitario, e questo spiega perché le sanzioni non producono rivolta ma compattamento.

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