Aggiornato al 16/04/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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Il fungo da Teheran non interessa; il kerosene è il problema

di Achille De Tommaso

 

Mentre i telegiornali europei continuano a scandire con ossessiva precisione l’andamento del prezzo del gas, le fluttuazioni del Brent e la stabilità delle rotte energetiche nel Golfo Persico, un silenzio assordante avvolge la realtà più inquietante del nostro tempo. L’opinione pubblica occidentale appare anestetizzata, convinta che la crisi iraniana si riduca a una questione di rubinetti, barili di petrolio ed equilibri commerciali. Eppure, la verità è ben più cruda e scritta nel sangue dei civili iraniani e nel silenzioso ronzio delle centrifughe sotterranee di Natanz, Fordow e Isfahan.

***

Un Regime contro il suo Popolo: una lunga scia di sangue

La memoria collettiva è breve. Molti sembrano aver già dimenticato le imponenti proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, scoppiate nell’autunno del 2022 dopo la morte in custodia della giovane curda Mahsa (Jina) Amini, arrestata per aver indossato “male” il velo. In quei mesi di rivolta, le forze di sicurezza del regime hanno ucciso almeno 551 manifestanti, tra cui decine di minorenni e almeno 68 bambini. Le esecuzioni sommarie per l’accusa di “moharebeh” (guerra contro Dio) si sono moltiplicate, trasformando le piazze in luoghi di terrore sistematico.

Non si è trattato di un episodio isolato. Nel novembre 2019, le proteste scatenate dal rincaro del carburante furono represse con una violenza ancora più brutale: secondo stime attendibili, circa 1.500 cittadini persero la vita in pochi giorni, molte colpiti alla testa da cecchini delle forze di sicurezza. Ma la repressione più feroce doveva ancora arrivare. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, nuove proteste — nate inizialmente per ragioni economiche e rapidamente trasformatesi in una sfida aperta al regime — furono soffocate con una ferocia senza precedenti. Mentre il governo ammette ufficialmente 3.117 morti, le organizzazioni per i diritti umani (tra cui HRANA) hanno verificato oltre 7.000 vittime, con stime indipendenti che arrivano fino a 30.000-36.500 morti in poche settimane. Migliaia di persone furono uccise a colpi d’arma da fuoco durante i massacri dell’8 e 9 gennaio 2026, spesso con spari mirati alla testa, mentre il regime imponeva un blackout totale delle comunicazioni per nascondere al mondo la portata della carneficina.

Queste non sono state semplici “operazioni di ordine pubblico”: sono state massacri sistematici contro un popolo che chiedeva libertà, pane e dignità. Il regime degli Ayatollah ha dimostrato ancora una volta che, di fronte al malcontento popolare, la sua unica risposta rimane il terrore di Stato.

Eppure, oggi queste stragi vengono relegate, in un occidente che dà addosso a Trump, a trafiletti di cronaca o dimenticate del tutto, mentre l’attenzione mediatica si concentra sui flussi energetici. Il regime degli Ayatollah governa da decenni attraverso il terrore: una teocrazia che considera il proprio popolo un nemico interno da domare, non un cittadino da servire.

La Matematica del Terrore: dall’uranio al 60% alla soglia atomica

Mentre l’Europa parla di diplomazia e sanzioni simboliche, nei siti nucleari iraniani la matematica non concede illusioni. L’arricchimento dell’uranio per scopi civili (centrali nucleari o applicazioni mediche) non dovrebbe superare il 3-5%. L’Iran ha invece raggiunto e superato il 60% di U-235, un livello che non ha alcuna giustificazione pacifica plausibile.

Si tratta del cosiddetto “punto di non ritorno”. Dal 60% al 90% (livello necessario per un’arma nucleare) il passo tecnico è brevissimo: richiede una quantità relativamente modesta di lavoro separativo (SWU) e può essere compiuto in poche settimane, se non in giorni, con le centrifughe avanzate di cui Teheran dispone. Secondo le stime più recenti dell’AIEA, l’Iran possiede centinaia di chilogrammi di uranio altamente arricchito al 60%, una riserva sufficiente – una volta ulteriormente raffinata – per diverse testate nucleari.

Non è più una questione di “se” il regime voglia la bomba atomica, ma di “quando” deciderà di assemblarla. Il programma nucleare iraniano, portato avanti sotto gli occhi degli ispettori internazionali spesso ostacolati o espulsi, rappresenta un progetto bellico sistematico e deliberato, mascherato da ambizioni energetiche civili.

L’Europa e il miopismo diplomatico

C’è qualcosa di amaro e pericoloso nell’atteggiamento di Bruxelles e delle principali capitali europee. Molti sembrano ancora convinti che la minaccia nucleare iraniana sia un problema “regionale”, che riguardi principalmente Israele o gli Stati Uniti. “La guerra non è affar nostro”, afferma Bruxelles, mentre si continua, da conigli, a invocare un “dialogo costruttivo” che il regime iraniano ha sistematicamente strumentalizzato; e che continua a prenderci in giro.

Un Iran dotato di armi nucleari cambierebbe per sempre gli equilibri globali. Armerebbe una teocrazia espansionista che da decenni finanzia e addestra gruppi terroristici (Hezbollah, Hamas, Houthis), minaccia di cancellare Israele dalla mappa e considera i valori democratici occidentali come un nemico esistenziale. Non si tratterebbe solo di un rischio di proliferazione: sarebbe l’inizio di una nuova era di instabilità, con il possibile effetto domino su Arabia Saudita, Turchia e altri attori regionali che potrebbero sentirsi costretti a dotarsi a loro volta della bomba.

Il “Diavolo in Terra” e il fallimento della strategia dell’appeasement

Diversi leader americani hanno definito senza giri di parole la natura del regime iraniano. George W. Bush lo inserì nell’“Asse del Male”. Eppure, per anni, la politica del “dialogo a ogni costo” – culminata nell’accordo JCPOA del 2015 sotto l’amministrazione Obama – ha offerto a Teheran tempo prezioso, risorse economiche e legittimità internazionale, senza fermare l’avanzamento del programma nucleare.

Solo l’amministrazione Trump, uscendo unilateralmente dall’accordo nel 2018 e imponendo la politica della massima pressione, ha tentato di prosciugare le casse del regime prima che la soglia atomica venisse raggiunta. Gli altri presidenti hanno preferito la via della condanna verbale e delle trattative infinite, permettendo alle centrifughe di continuare a girare e al regime di accumulare conoscenze e materiale fissile. E Bruxelles afferma che “non è la nostra guerra”.

Lo vogliamo capire? Non possiamo più guardare solo al prezzo del petrolio

Nel 2026 non possiamo più permetterci il lusso di concentrarci esclusivamente sui mercati energetici e sulle rotte commerciali. L’Iran non è soltanto un fornitore di idrocarburi o un attore geopolitico tra i tanti: è un regime teocratico che sta costruendo l’arma finale mentre opprime brutalmente il proprio popolo e destabilizza l’intera regione.

Se l’Occidente continuerà a ignorare il rischio esistenziale rappresentato da un Iran nucleare, il prossimo “prezzo” da pagare non sarà misurato in euro o dollari sui listini delle commodity, ma in termini di sicurezza globale, proliferazione incontrollata e vite umane. L’ombra del fungo atomico su Teheran non è più un’ipotesi lontana: è una minaccia concreta che richiede lucidità, unità e determinazione, prima che sia troppo tardi.

 

Inserito il:15/04/2026 11:38:04
Ultimo aggiornamento:16/04/2026 11:14:00
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