Aggiornato al 07/04/2026

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Voltaire

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L'Italia e il vizio dell'immobilismo

di Achille De Tommaso

 

Riforme mancate, referendum sbagliati e il costo del futuro negato. Esiste, nella storia politica italiana del dopoguerra, un filo rosso che attraversa decenni di governi, legislature e promesse elettorali: la sistematica incapacità di riformare se stessa. Non si tratta di un difetto congiunturale o di un ritardo accidentale. È una struttura, quasi una costituzione informale, che ha trasformato l'immobilismo in sistema di governo e il rinvio in arte di Stato.

***

La riforma della giustizia è l'esempio più lampante e più doloroso. Da decenni se ne parla, se ne scrive, se ne discute in convegni e aule parlamentari. Separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, revisione dei meccanismi di valutazione dei giudici, riforma del rito civile e penale: tutto è stato scritto, riscritto, approvato a metà, modificato, rinviato. Nel frattempo, i tempi medi di definizione di un processo civile in Italia rimangono tra i più alti d'Europa, le imprese straniere evitano il nostro mercato anche per l'imprevedibilità del contenzioso giudiziario, e i cittadini sperimentano l'impunità amministrativa come norma e non come eccezione. Il problema non è intellettuale. È di volontà politica, o meglio della sua assenza strutturale.

Il referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati si inserisce in questa lunga storia come l'ennesimo capitolo di un'occasione mancata. Il NO ha vinto con il 53,74% contro il 46,26% del SÌ, con un'affluenza record per un referendum costituzionale, quasi il 59%. La riforma, attesa da trent'anni, è stata bocciata. Ma i numeri raccontano una storia più complessa di quanto il risultato aggregato suggerisca, e meritano di essere letti con attenzione.

Il SÌ ha prevalso in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, cioè nelle tre regioni che da sole producono oltre un terzo del PIL italiano. Ha vinto anche tra gli italiani residenti all'estero, con il 56%. In altre parole, hanno votato per la riforma quelli che il Paese lo tengono in piedi con le tasse e quelli che dall'estero lo osservano con la lucidità di chi non è immerso nella propaganda quotidiana. Il NO ha trionfato dall'Emilia Romagna in giù, nelle grandi città e tra i giovani sotto i 34 anni, con punte del 60%. Il Mezzogiorno ha bocciato la riforma con margini di venti punti percentuali. A Napoli il SÌ si è fermato al 25%, a Bologna il NO ha sfiorato il 70%.

La democrazia conta le teste, non i bilanci, e questo è sacrosanto. Ma quando l'Italia che produce ricchezza e quella che la guarda da fuori la pensano diversamente dall'Italia che la spende, forse una riflessione supplementare non guasterebbe. Il dato generazionale aggiunge un ulteriore paradosso: i giovani, quelli che avrebbero più da guadagnare da una giustizia efficiente, veloce e credibile, hanno votato massicciamente contro la riforma. Il che suggerisce che la campagna referendaria sia stata combattuta e vinta sul terreno della narrazione politica, non su quello del merito tecnico della riforma.

Il referendum come strumento è parte del problema. Nella Costituzione italiana nasce come controllo popolare su leggi già approvate, non come sostituto della funzione legislativa. Eppure, viene usato, ripetutamente e su temi di enorme complessità tecnica, come via di fuga della politica da decisioni che la classe dirigente non ha il coraggio di prendere in prima persona. I due referendum sul nucleare del 1987 e del 2011 sono casi emblematici e, per molti versi, tragici. Il primo fu indetto l'anno dopo Chernobyl, in un clima emotivo comprensibilmente alterato, e portò alla chiusura delle centrali nucleari italiane. Il secondo, dopo Fukushima, bloccò il piano di rilancio nucleare. In entrambi i casi, decisioni di politica energetica di portata generazionale furono delegate a un voto popolare condizionato dalla paura del momento.

Il risultato è noto e amaro. L'Italia è oggi il maggiore importatore netto di energia elettrica d'Europa, con una dipendenza strutturale da gas e fonti rinnovabili non programmabili. I costi energetici per famiglie e imprese sono sistematicamente superiori alla media europea, con effetti diretti sulla competitività industriale. E, paradosso finale, importiamo energia nucleare dalla Francia, paese che ha mantenuto il proprio programma atomico e oggi copre oltre il settanta per cento del proprio fabbisogno con l'atomo. Non si chiede ai cittadini di costruire reattori. Si chiede alla politica di non delegare ai cittadini decisioni che richiedono competenze specialistiche e orizzonti temporali che superano la contingenza emotiva del momento. Quando la politica rinuncia a questo compito non amplia la democrazia: la tradisce, offrendole l'illusione della partecipazione.

L'immobilismo italiano ha radici strutturali. Il sistema dei partiti, anche nelle sue forme più recenti, costruisce consenso difendendo rendite di posizione piuttosto che promuovendo riforme. Le categorie più organizzate, dalla magistratura associata agli ordini professionali, dai sindacati alle corporazioni, hanno imparato a usare il sistema politico come strumento di protezione, non di trasformazione. Una magistratura efficiente, rapida e credibile sarebbe un vantaggio per l'intera economia nazionale, ma comporterebbe una riduzione dell'autonomia corporativa di alcune componenti e una maggiore accountability verso i cittadini. Queste prospettive trovano resistenze potenti, capaci di bloccare qualsiasi riforma o di svuotarla nei passaggi parlamentari.

A questo si aggiunge un problema generazionale che è anche un problema di rappresentanza. La popolazione invecchia, il peso elettorale degli anziani cresce, e le politiche si orientano verso la conservazione dei benefici acquisiti piuttosto che verso investimenti nel futuro. Le pensioni restano la voce più pesante della spesa pubblica, la riforma universitaria procede a rilento, gli investimenti in ricerca sono sotto la media OCSE. Il capitale intergenerazionale si consuma senza essere ricostituito.

Mentre l'Italia discute delle stesse riforme da decenni, il mondo accelera a una velocità inedita. L'intelligenza artificiale, la transizione energetica, la riconfigurazione delle catene del valore globali richiedono sistemi istituzionali agili, capaci di adattarsi, di formare competenze nuove, di attrarre talenti e capitali. I giovani italiani competono in un mercato globale ma partono con un handicap strutturale: un sistema universitario sottofinanziato, un mercato del lavoro che protegge i garantiti a scapito dei nuovi entranti, una burocrazia che in altri paesi si sta trasformando grazie all'IA in un servizio efficiente e che da noi resta un labirinto di procedure. I paesi che investono in formazione, riformano la giustizia, adottano l'intelligenza artificiale nella PA stanno costruendo il vantaggio competitivo dei prossimi decenni. L'Italia avrebbe tutte le risorse per competere. Ma le risorse non bastano se il quadro istituzionale le frena sistematicamente.

La via d'uscita non è tecnica. È politica nel senso più alto del termine: richiede una classe dirigente disposta a spiegare la complessità del reale, a sostenere riforme di cui non vedrà i frutti elettorali immediati, a resistere alle pressioni corporative. Richiede statisti, non soltanto politici. La separazione delle carriere avrebbe dovuto essere realizzata per via legislativa, con coraggio parlamentare, senza delegarla a un referendum il cui esito dipende dalla capacità comunicativa delle ultime settimane di campagna. Lo stesso vale per la politica energetica, per la riforma pensionistica, per la modernizzazione della PA.

L'Italia non è un paese condannato al declino. Ha risorse economiche, culturali e umane di primissimo livello. Ma ha un problema di sistema: la sua architettura istituzionale non è più adeguata alla velocità del mondo contemporaneo. E questa inadeguatezza non pesa allo stesso modo su tutti: pesa di più sui giovani, il cui futuro dipende da riforme che la generazione al potere continua a rinviare. Il mondo non aspetta. L'intelligenza artificiale non aspetta. I mercati non aspettano. E i giovani italiani, che in questo preciso momento costruiscono i loro progetti di vita, meritano un paese capace di riformarsi, non uno che consegna loro l'eredità dell'immobilismo con la coscienza a posto.

 

Inserito il:07/04/2026 18:02:46
Ultimo aggiornamento:07/04/2026 18:46:36
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