Aggiornato al 16/04/2026

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Voltaire

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Comunità a confronto: Ferdinando IV di Borbone e Adriano Olivetti  

 

di Mauro Nemesio Rossi

 

Quando i Borbone acquisirono l'area per costruire la Reggia di Caserta, a pochi chilometri di distanza su una collina non lontano della borgata di Briano doveva sorgere una nuova residenza destinata alla caccia.  Per la sua posizione strategica e panoramica fu chiamata Belvedere.  Divenne un luogo di ritiro per Ferdinando IV. Il sito precedente ospitava un modesto casino dei conti Acquaviva.

La morte del primogenito di Ferdinando IV, Carlo Tito nel 1778, fu il pretesto ed anche un desiderio del Re, per onorare la memoria del figlio, e trasformare quella collina in qualcosa di utile per il popolo.  Un altro motivo è che il Re voleva allontanarsi dal protocollo soffocante della corte.

La mente intellettuale dietro a questo disegno fu quella di Bernardo Tanucci, il colto ministro toscano che introdusse a Napoli le idee riformatrici. Un ruolo fondamentale lo ebbe anche la Regina Maria Carolina d'Asburgo, che portò con sé l'influenza dell’abbracciare la modernità austriaca. Tuttavia, il consigliere più influente per l'organizzazione tecnica della colonia fu l'architetto Francesco Collecini, allievo di Vanvitelli, che tradusse in strutture fisiche le indicazioni del sovrano.

Collecini riuscì a fondere l'eleganza neoclassica con la funzionalità industriale. La facciata principale del Belvedere nasconde al suo interno gli appartamenti reali ed i grandi saloni per la tessitura.

La creazione della Real Colonia di San Leucio fu un esperimento sociale unico in Europa.  Il codice del 1789 che era un regolamento industriale per le seterie, poteva considerarsi una vera costituzione sociale. Lo statuto sanciva l'uguaglianza assoluta tra i membri della colonia. Non c'erano distinzioni di ceto e il merito era l'unico criterio di avanzamento. Ferdinando istituì scuole obbligatorie per ragazzi e ragazze, con percorsi tecnici specifici per la progettazione tessile, anticipando l'idea che la qualità del prodotto dipende dal sapere ingegnerizzare il progetto. Le case erano fornite gratuitamente, dotate di acqua corrente e servizi, quest’ultimi erano una rarità per l'epoca. Esisteva una cassa comune per gli invalidi e gli anziani, e persino le doti per i matrimoni erano a carico della comunità.

La Olivetti è la cronaca di un successo industriale, l'evoluzione di un pensiero che ha cercato di conciliare il profitto e benessere sociale. Tutto nasce dal passaggio di testimone tra padre e figlio. Camillo era l’ingegnere pioniere e Adriano, il sociologo industriale. Il primo nel 1908, a Ivrea, fonda la C. Olivetti & C fabbrica italiana di macchine per scrivere. Uomo di scienza, formato al politecnico di Torino e influenzato dai viaggi negli Stati Uniti con lo scienziato Galileo Ferraris, ma era anche un socialista convinto.

Per Camillo il socialismo era una questione di filosofia morale e dignità. Partecipava attivamente alla vita politica e collaborò con Filippo Turati. La sua visione era che la fabbrica doveva essere un luogo di emancipazione attraverso il lavoro specializzato.

Se San Leucio nel 1700 diventa un’isola di illuminismo in una monarchia assoluta, Ivrea si trasforma negli anni '30 e '40 del secolo scorso in un laboratorio di una nuova democrazia industriale. Per Adriano Olivetti, la fabbrica doveva produrre profitti e generare cultura e salute sociale.

È affascinante osservare come, a distanza di quasi due secoli e in contesti politici diametralmente opposti, due visionari abbiano cercato di umanizzare il lavoro, trasformando il sito produttivo in un nucleo collettivo socialmente avanzato. Da un lato il Codice Leuciano (1789) di un sovrano borbonico, dall'altro l'ordine politico delle Comunità di un industriale umanista.

Olivetti rifiutava capitalismo e collettivismo statale. La sua Comunità era il luogo misura dove il lavoro si integrava con la vita sociale. Decenni prima delle lotte sindacali, Olivetti offriva nove mesi di congedo retribuito alle madri e garantiva parità salariale tra generi. Come Ferdinando seguiva e ingrandiva il Belvedere, Olivetti si avvaleva dei migliori architetti per costruire fabbriche luminose e asili nido d’avanguardia, convinto che la bellezza fosse una immagine vincente.

Il principale ostacolo a queste ideologie fu il passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario, che era rappresentato nel 1978 da Carlo De Benedetti.  Se Ferdinando e Olivetti guardavano al lungo periodo, l'impresa dell’ultimo decennio del 1900 rispondeva ad azionisti che esigevano risultati trimestrali. Il welfare aziendale veniva visto come un costo immediato piuttosto che come un investimento sulla produttività e la fedeltà a lungo termine. Sia San Leucio che Ivrea erano profondamente radicate nel territorio.

Oggi, la delocalizzazione rende difficile un legame tra azienda e comunità. Quando il proprietario è un fondo d'investimento anonimo dall'altra parte del mondo, l'anima sociale della fabbrica svanisce. In un ambiente che punta sempre più all'AI e alla robotica. In questo contesto l’essere umano diventa sostituibile. Solo pochi studiosi comprendono che l'intelligenza creativa umana, quella che disegnava le sete borboniche o progettava le macchine da scrivere, fiorisce solo in un ambiente lavorativo che garantisce sicurezza, bellezza e rispetto. La difficoltà attuale risiede nel recuperare la dimensione del lavoro come dignità, un principio che un Re del XVIII secolo e un industriale del XX avevano compreso.

Ai piedi del Belvedere nacque il quartiere Trattoria e le case per i coloni con il quartiere San Carlo e San Ferdinando. Le abitazioni erano identiche, pensate per riflettere l'uguaglianza sociale sancita dallo statuto. La struttura sfruttava il declivio della collina, creando giardini all'italiana e agrumeti che avevano uno scopo estetico, e servivano al sostentamento della colonia. Dopo Ivrea Adriano portò ai piedi dello stivale la Olivetti Pozzuoli e le case per i lavoratori disposte proprio per sfruttare il dislivello della collina delle Solfatara e offrire una vista panoramica sul mare. Il verde con i giardini pensili ed un lago artificiale era l’armonia voluta da Adriano Olivetti e l’architetto Luigi Cosenza ne fu l’ideatore ed il costruttore.

Anche sull’aspetto tecnologico le affinità tra l’utopia di Ferdinando IV e Adriano Olivetti coincidevano.

Il legame tra le macchine delle seterie di San Leucio e i primi elaboratori rappresentano uno dei fili conduttori più interessanti della storia dell'innovazione: il passaggio dall'automazione meccanica del Settecento all'informatica del Novecento.

Nelle seterie i telai Jacquard utilizzavano bande di cartone perforate. La presenza o l'assenza di un foro determinava se un filo di ordito dovesse essere alzato o abbassato. Un sistema che permetteva di creare disegni complessi damaschi, broccati, in modo automatico.

Alla Olivetti le schede perforate usate per l'Elea 9003, utilizzavano lo stesso principio. Il foro in una determinata posizione rappresentava un dato o un'istruzione numerica.

Sia il tessitore borbonico che il programmatore Olivetti degli anni '60 scrivevano un programma su un supporto fisico per istruire una macchina a compiere un lavoro ripetitivo. Il telaio Jacquard è, a tutti gli effetti, il primo computer della storia che realizzava su seta ciò che l’Elea 9003 elaborava sulla carta.

 

Inserito il:15/04/2026 10:36:13
Ultimo aggiornamento:16/04/2026 11:16:49
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