Aggiornato al 25/02/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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L’illusione del frammento e la vertigine dell’entanglement

di Daniele D’Innocenzio

 

Dallo smarrimento del riduzionismo alla riscoperta dell’unità perduta​.

La fisica quantistica non è entrata in punta di piedi nella storia del pensiero: è esplosa come una crepa nel pavimento della realtà quotidiana, incrinando il buon senso che ci teneva al riparo dall’abisso.

All’improvviso, dietro gli oggetti solidi e le traiettorie prevedibili, si è aperto un teatro in cui particelle appaiono e scompaiono, sono qui e altrove, obbediscono a regole che sembrano più simili alla poesia che all’aritmetica un palcoscenico dove l’assenza di certezza diventa la nuova legge, e il vuoto brulica di potenzialità in attesa di manifestarsi. Eppure, questo universo in apparenza estraneo ci tocca nervi profondi: parla a quella parte di noi che l’individualismo moderno ha addomesticato, sussurrandoci che non siamo monadi isolate, ma pieghe di una stessa stoffa cosmica, tessute da fili invisibili che vibrano in armonia con ogni evento, ogni respiro, ogni atto di esistenza.

In questo racconto, allora, la meccanica quantistica smette di essere solo un raffinato strumento di calcolo e diventa una via di conoscenza: un invito a riconoscere che la nostra identità è intrecciata, in modo inestricabile, con la trama dell’intero universo. Non si tratta di una metafora consolatoria, né di un abbandono al misticismo irrazionale: è la logica stessa della natura, finalmente ascoltata senza i paraocchi del pregiudizio antropocentrico, a rivelarci che il confine tra osservatore e osservato, tra soggetto e mondo, è molto più permeabile di quanto avessimo osato immaginare.

Due pilastri reggono questa nuova cattedrale concettuale, e il primo porta un nome che sa di antica saggezza: olismo. Quando Jan Smuts, negli anni Venti del Novecento, coniò questo termine, sancì una verità che il riduzionismo classico aveva deliberatamente ignorato: l’intero è sempre qualcosa di più e di diverso della somma delle sue parti non un semplice aggregato, ma un organismo vivente di significati emergenti, dove ogni frammento acquista senso solo nel contesto del tutto. La fisica classica, ossessionata dalla dissezione, ha creduto per secoli che sezionare fosse capire: dividere un sistema in frammenti, analizzare ogni pezzo, ricostruire poi il significato come se si montasse un motore un’illusione metodologica che ha prodotto meraviglie tecniche, ma ha lasciato desolati i cuori filosofici. Ma, davanti a molti fenomeni, dal battito sincronizzato di migliaia di lucciole in una notte tropicale alla coerenza quantistica di un superconduttore questa chirurgia concettuale fallisce miseramente, perché taglia ciò che non può essere separato senza perdere l’anima stessa del fenomeno.

Immagina una medusa sospesa nell’acqua: se la guardiamo con gli occhi del riduzionismo più rigido, non vedremo che acqua in forma leggermente diversa, molecole indistinguibili da quelle dell’oceano che la avvolge, atomi di idrogeno e ossigeno, sali disciolti, tracce organiche. Eppure, quell’ente che chiamiamo “medusa” possiede una qualità emergente, una sorta di “medusicità”, che non si lascia ridurre alla chimica dei suoi costituenti.

È un ritmo, una forma, un modo di esistere che eccede infinitamente la semplice lista di atomi, è l’arte del fluttuare, la grazia del pulsare, la memoria evolutiva che ha imparato a danzare con le correnti senza remi né ali. Allo stesso modo, la stabilità dell’atomo di idrogeno sfida le aspettative dell’elettromagnetismo classico, che vorrebbe vedere l’elettrone precipitare sul protone in un abbraccio di morte, producendo un collasso inevitabile un destino logico, matematico, implacabile.

E invece no: la quantizzazione introduce livelli di energia discreti, orbite consentite, una struttura che salva l’atomica danza dal disastro previsto dalle vecchie equazioni, una coreografia invisibile, scritta nelle pieghe dello spazio-tempo, dove le particelle non cadono, ma cantano, non obbediscono, ma rispondono. Questa è la grande lezione ontologica dell’olismo: unire non è il contrario di analizzare, è un atto superiore un passaggio di stato cognitivo, un salto quantico del pensiero.

Nella fusione delle parti nasce un valore nuovo, un “di più” che nessun frammento isolato potrebbe mai contenere come quando due note musicali, separate, sono silenzio, ma unite generano un accordo che commuove l’anima. La solitudine del pezzo è povertà, il legame è ricchezza: ciò che davvero conta emerge solo quando le parti smettono di essere sole e cominciano a cooperare in una forma non per obbligo, ma per vocazione cosmica. L’universo non premia l’isolamento; lo tollera, forse, ma lo considera un errore temporaneo, un’anomalia da correggere con la prossima interazione, il prossimo campo, la prossima onda che tutto riannoda.

Il secondo pilastro che incrina le fondamenta del pensiero moderno ha un nome tecnico, ma un effetto quasi mistico: interconnessione, o più precisamente entanglement. Albert Einstein, padre riluttante di questa rivoluzione, tentò di domare il mostro concettuale con l’arma dell’ironia, definendolo una “azione spettrale a distanza” un’espressione che tradisce il suo disagio metafisico, la sua fedeltà a un mondo dove causa ed effetto camminano mano nella mano, dove nulla accade senza che lo spazio e il tempo ne diano il permesso. L’idea che due particelle, una volta entrate in relazione, possano restare legate in modo indissolubile indipendentemente dallo spazio che le separa, sembrava un’eresia contro il realismo locale, una violazione del limite intuitivo oltre il quale nulla dovrebbe agire istantaneamente un affronto alla sacra geometria euclidea su cui poggiavano le certezze della fisica newtoniana. Eppure, la realtà ha scelto di stare dalla parte del paradosso non per capriccio, ma per coerenza interna, per fedeltà a una logica più profonda, più antica, più vera.

Dagli esperimenti pionieristici di John Clauser alla fine degli anni Sessanta, fino alle verifiche sempre più raffinate di Alain Aspect e Anton Zeilinger coronate dal Premio Nobel del 2022, l’entanglement è uscito dalla lavagna per presentarsi come struttura effettiva del mondo non più astrazione, non più curiosità matematica, ma tessuto operativo della natura. Non più solo formula elegante, ma evidenza sperimentale: le particelle “intrecciate” sembrano conoscersi al di là della distanza, rispondere come se fossero due facce di un’unica entità invisibile due occhi di un’unica mente cosmica, due mani di un unico gesto.

Gli scienziati, pur maneggiando ormai con disinvoltura le tecnologie nate da questi effetti dal teletrasporto quantistico alla crittografia avanzata, dai computer che calcolano in parallelo dimensioni impensabili restano spesso senza parole sul “perché” profondo del fenomeno. Per salvarsi dalla vertigine, dovrebbero abbandonare la vecchia mappa della realtà che separa nettamente qui e là, io e mondo, sistema e ambiente, una geografia mentale ormai obsoleta, disegnata da menti che credevano di poter dominare l’universo misurandolo a pezzi. Per capire l’entanglement, bisogna accettare che la separazione a cui siamo abituati è in larga parte un effetto ottico, una questione di prospettiva cognitiva un velo che la coscienza ha tessuto per non impazzire di fronte all’unità originaria. È come osservare due punti su un foglio e giurare che siano lontani, ignorando che, in una dimensione superiore, fanno parte dello stesso cerchio perfettamente connesso due estremi di un diametro che solo l’ignoranza dello spazio curvo fa apparire separati.

Le particelle entangled ci ricordano che, a un livello più profondo, la realtà funziona proprio così: ciò che appare separato, in verità, è espressione di un’unica figura un disegno continuo, un respiro unico, un campo indiviso. In altre parole, tutto è Uno non come slogan consolatorio, ma come conclusione forzata da misure, correlazioni, disuguaglianze violate, un’unità non metafisica, ma misurabile, replicabile, inesorabile.

Questo non vale solo per l’infinitamente piccolo. Intere galassie, plasmi stellari, ammassi di materia sparsi per il cosmo, mostrano dinamiche collettive, oscillazioni sincronizzate, danze di cariche e campi che si comportano come stormi di uccelli in volo come se l’universo stesso fosse un organismo pensante, che coordina i suoi movimenti attraverso legami invisibili, attraverso campi che non conosciamo ancora, ma che sentiamo vibrare sotto la pelle della realtà. E la stessa materia dell’universo, per circa il 99,99%, non è solida né liquida né gassosa, ma plasma: uno stato interconnesso, dove particelle cariche interagiscono in campi condivisi, ricordandoci che la solitudine della particella isolata è l’eccezione, non la regola un’anomalia da laboratorio, un artificio necessario per studiare ciò che, in natura, non esiste mai da solo. Viviamo, dunque, in un cosmo intrinsecamente entangled, anche se la nostra percezione quotidiana si ostina a raccontarci il contrario una percezione adattativa, utile per sopravvivere tra predatori e prede, ma falsa sul piano ontologico.

Qui sulla Terra, la biomassa vegetale, reti di radici, miceli sotterranei, foglie che respirano all’unisono e il comportamento degli organismi collettivi, dai banchi di pesci alle colonie di formiche, echeggiano la stessa partitura universale: la vita si organizza per connessioni, non per isole. Sotto la sua ombra millenaria, radici si stringono in silenzio, intrecciate da fili viventi che sussurrano nutrimento e allarme, dolore e rinascita non tubi, non cavi, ma vene di un corpo solo, antico, che batte al ritmo di una linfa condivisa. Ogni quercia, ogni faggio, ogni betulla non è un’isola di legno e foglie, ma un polmone, un nervo, un pensiero di una mente verde che non conosce confini. E se ti inginocchi sulla terra umida e presti orecchio, sentirai il mormorio della micorriza: non un trasferimento di carbonio, ma un canto d’amore tra esseri che hanno dimenticato cosa significhi esistere da soli.

Guarda i banchi di sardine che fendono l’oceano come un unico muscolo d’argento, non sciami, ma danzatori perfetti, mossi da un’intelligenza che non abita in nessuno e in tutti insieme. Osserva le termiti, minuscole operaie senza re né progetti, che innalzano torri di terra più alte di loro cento volte, come se guidate da una memoria collettiva scritta nel sangue del mondo. Persino i cervelli degli sciami di api che decidono dove migrare, storni che disegnano arabeschi nel cielo al tramonto non calcolano, non votano: sentono, come un cuore che pulsa all’unisono, come un respiro che si accorda senza parole. Questo non è un vago riflesso della fisica quantistica, né una metafora approssimata per farla sembrare più vicina alla vita. È la stessa verità, vestita di carne, di foglie, di ali e di sale declinata su scale dove lo spazio ha peso, dove il tempo lascia impronte, dove l’entanglement puro si ammanta di gesti lenti, di chimica terrestre, di radici che crescono pazienti. Ma il principio resta, immutato, sovrano: ciò che vive, vive insieme. Non per caso. Non per convenienza. Ma perché l’universo, nella sua intima grammatica, diventa improvvisamente Uno.

La separazione, quella che amiamo tanto nelle teorie e nei manuali, è un artificio da laboratorio, una condizione creata in ambienti estremi come gli acceleratori del CERN, dove la materia viene spogliata dei suoi legami per essere misurata come se volessimo capire un amore strappando i cuori e pesandoli separatamente. La norma cosmica, invece, è l’interdipendenza una rete infinita di relazioni che precede e supera ogni individuo, ogni oggetto, ogni pensiero. Accogliere davvero questa consapevolezza significa lasciare che si incrini, fino a cedere, il paradigma culturale che glorifica la competizione, l’individuo autosufficiente, l’io che si immagina forte perché solo un mito nato dalla paura, cresciuto nell’isolamento, celebrato nelle aule e nei mercati come virtù suprema. Allinearsi alle logiche dell’universo vuol dire comprendere che la solitudine, nel senso forte, è impossibile: non è mai esistita, se non come narrazione utile a giustificare fratture e gerarchie una favola per bambini spaventati dal buio dell’unità.

Siamo nodi di una rete che vibra istantaneamente, costantemente collegati al respiro profondo di tutto ciò che esiste, dalle particelle che ci attraversano alle stelle che ci ignorano. Ogni respiro che compiamo contiene atomi che hanno attraversato i polmoni di dinosauri, ogni fotorecettore della nostra retina ha catturato luce nata nel nucleo di stelle lontane milioni di anni luce.

La materia del nostro corpo è stata forgiata nelle esplosioni di supernove, e le correlazioni quantistiche che un tempo legavano quegli atomi lontani persistono, in forme trasfigurate, nella struttura stessa della carne che pensa. Non siamo spettatori del cosmo: siamo il cosmo che si è evoluto fino a potersi guardare, a interrogarsi sul proprio senso, a riconoscersi nell'altro come in sé stesso. L’illusione del frammento è, dunque, il sogno di una coscienza che si è creduta padrona perché separata da un’allucinazione narcisistica, un cortocircuito evolutivo che ha confuso l’indipendenza con la libertà.

La vertigine dell’entanglement è il risveglio, a volte doloroso, in un universo che non ha mai smesso di essere Uno un risveglio che non cancella l’individualità, ma la ricolloca: non più centro, ma punto; non più proprietario, ma custode; non più conquistatore, ma testimone. E in questo nuovo ruolo, forse, troveremo finalmente la pace che cercavamo fuori, e che era sempre stata dentro la trama, dentro il campo, dentro l’abbraccio invisibile che tiene insieme ogni cosa, da prima che il tempo avesse un nome.

 

Inserito il:25/02/2026 11:00:30
Ultimo aggiornamento:25/02/2026 14:01:34
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