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Piano del Mezzogiorno di Adriano Olivetti: la cieca "armonia dei valori e il rispetto della persona"

di Mauro Nemesio Rossi

 

Il piano programmatico di Adriano Olivetti, intitolato "Linee generali di un piano organico di intervento nel Mezzogiorno", fu pubblicato sulla rivista “Prospettive meridionali” nel 1955 (Anno I, n. 6, giugno), nell'ambito di un'ampia inchiesta sull'industrializzazione del Sud Italia.

Olivetti delineava una visione oltre alla logica dell'assistenzialismo e dei contributi a pioggia, proponendo un Piano Industriale Organico nazionale. I punti cardine attestavano che l'industria non può nascere dal nulla, lo sviluppo del Mezzogiorno è conseguenza dell’azione congiunta pubblico-privato e che debbono confrontarsi con la realtà locali.

Olivetti proponeva una pianificazione decentrata su aree geografiche omogenee che definiva Comunità, integrando agricoltura, industria, istruzione e sanità. Una concezione simile alla Tennessee Valley Authority di Roosevelt. Al centro c’era la creazione di scuole di economia, istituti tecnici di eccellenza e scuole di design industriale per elevare la qualità delle risorse umane meridionali. L'industrializzazione doveva essere un mezzo, e non il fine.  «Solo così si può creare una società di valori, l'autonomia della persona e il rifiuto delle derive stataliste o puramente speculative».

Il punto cardine di Olivetti era il pieno impiego della manodopera attraverso l'industrializzazione. Nella metà del 1900 la fabbrica assorbiva migliaia di lavoratori.  Una situazione ben diversa dall’attuale dove l'automazione e l'Industria 4.0 ha tagliato il legame tra crescita della produzione e aumento dell'occupazione.  La proposta di Olivetti di reimpiegare la manodopera resa disponibile è oggi più attuale che mai, ma il settore da sviluppare non dovrebbe essere una fabbrica bensì l'economia dei servizi, della cura del territorio e della tecnologia.

Oggi in un mercato globale e neoliberista, l'idea di un coordinamento centrale dello Stato sulla produzione privata è quasi scomparsa dall’agenda politica. Lo dimostra lo smantellamento dell’Iri negli anni '90, ma la mancanza di una strategia industriale di lungo termine è esattamente ciò che molti economisti contemporanei lamentano. L'idea che il Sud debba far parte di un piano organico e non vivere di sussidi a pioggia rimane una verità controversa ed ancora irrisolta.

Adriano Olivetti rifiutava il centralismo statale e proponeva autorità pianificatrici locali che conoscevano il territorio, in un tempo dove non esistevano ancora le regioni.  Un concetto che anticipava i Distretti Industriali e le moderne ZES Zone Economiche Speciali.

Mentre l'idea che non si possa creare industria senza curare l'istruzione, l'igiene e la cultura oggi è il cuore della Sostenibilità Integrale (ESG) di cui parlano le aziende più avanzate.

Il piano elenca le scuole necessarie come Business Administration, scuole tecniche, design industriale, psicologia. Olivetti capì che il Sud soffriva di mancanza di capitali, e di quadri dirigenti. La sua insistenza sulla formazione tecnica d'eccellenza è la stessa ricetta che oggi viene proposta con gli ITS (Istituti Tecnici Superiori).

Il fallimento di molti interventi nel Mezzogiorno negli ultimi 70 anni deriva proprio dall'averlo ignorato.  L’avvertimento di Adriano Olivetti era: "È inutile creare industrie se i dispositivi igienico-sanitari e la stessa cultura generale non sono portati a un alto livello".

Un nuovo Piano Olivetti per il Sud creerebbe centri di ricerca, infrastrutture digitali e scuole di alta specializzazione, mantenendo però lo stesso obiettivo: non il profitto fine a se stesso, ma la creazione di una Comunità dove la persona sia al centro del progresso tecnologico.

Con l’ingresso di Carlo De Benedetti al vertice della Olivetti le cose cambiarono radicalmente. L’obiettivo divenne l'efficienza finanziaria e il valore per gli azionisti. La ristrutturazione, necessaria per salvare l'azienda dal debito accumulato dopo la morte di Adriano, portò a massicci tagli e ad una gestione aggressiva che male si conciliava con l'idea di armonia comunitaria. Il trapasso tra un’azienda illuminata a una che vendeva prodotti, fu rapido.

L’ingresso nell’elettronica e nella robotica con Osai, Controllo Numerico fu un passaggio quasi obbligato, ma l'Italia si trovò impreparata a sostenerlo a livello di sistema-paese. Mentre Adriano aveva intuito con la Programma 101 che il futuro erano i computer, con l’ingresso di Mediobanca e Fiat nella Olivetti e lo scetticismo del capitalismo italiano che vedeva l'elettronica come un costo inutile, si cedette allo strapotere dei colossi americani.  La robotica industriale, sviluppata tra Ivrea e Marcianise pur essendo un'eccellenza, divenne una nicchia specialistica che non riuscì a compensare la perdita del mercato di massa delle macchine per ufficio, dove la meccanica di precisione italiana era stata regina assoluta. L'apertura dei mercati a Cina e India ha rappresentato il colpo di grazia per un modello basato sull'integrazione verticale e sull'alto costo del lavoro qualificato. Il modello Olivetti si basava sul fatto che il valore aggiunto restasse nel luogo di produzione. La globalizzazione ha imposto la logica del costo minimo: produrre dove il lavoro costa meno.

Negli anni '80 e '90, sotto la guida di De Benedetti, la Olivetti tentò di giocare la partita delle telecomunicazioni con la nascita di Omnitel e Infostrada. Fu l'asset che permise di realizzare plusvalenze. Ma fu anche la fine della Olivetti industriale. L'azienda divenne una scatola finanziaria usata per scalate societarie (come quella celebre su Telecom Italia). In conclusione la vendita dei rami industriali per fare cassa e concentrarsi sui servizi telefonici fu l'atto finale che distrusse l'eredità di Adriano. La fabbrica moriva per far nascere il titolo in borsa.

Il declino della Olivetti non fu un fallimento tecnologico, l’azienda era all'avanguardia nella robotica e nell’informatica, ma un fallimento d'identità.

La tesi secondo cui il passaggio alla gestione De Benedetti e la pressione della globalizzazione abbiano distrutto il piano di Adriano è storicamente solida. Adriano Olivetti aveva costruito un sistema in cui tecnologia e umanesimo erano in equilibrio. La robotica e l'elettronica avrebbero potuto essere l'evoluzione naturale di questo equilibrio, ma sono state invece gestite con la logica del capitalismo finanziato dallo Stato a breve termine.

L'arrivo dei mercati orientali ha semplicemente accelerato un processo di erosione interna: una volta tolta l'anima sociale all'azienda, essa è diventata una come tante altre nella giungla del mercato globale, finendo per essere smembrata e svuotata del suo potenziale innovativo.

Oggi di Olivetti resta il brand, ma l'idea di una tecnologia che eleva l'uomo è rimasta sepolta tra le architetture di Ivrea e la trasparenza delle vetrate di Pozzuoli.

Oggi, nell'era dell'Intelligenza Artificiale e della transizione ecologica, il piano di Adriano risuona con una forza critica. Ci ricorda che l'industrializzazione è fatta di macchine, ma soprattutto uomini. Il caso Olivetti-Marcianise dimostra che la sola eccellenza tecnica, se priva di una guida etica e di una radice territoriale, soccombe inevitabilmente dinanzi alle logiche della globalizzazione selvaggia e della finanza predatoria.

La Olivetti è morta proprio quando, i computer, l'automazione diventavano il centro del mondo, perché ha smesso di essere una Comunità per diventare un Asset. La lezione che resta, ancora oggi inascoltata, è che non può esserci progresso tecnologico duraturo nel Mezzogiorno senza un piano che metta al primo posto “l'armonia dei valori e il rispetto della persona”.

 

«Il lavoro dovrebbe essere una gioia e non un tormento. La fabbrica non può guardare solo all'indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia.»  Adriano Olivetti

https://museocasertaolivetti.altervista.org/un-piano-per-lindustrializzazione-del-mezzogiorno/

 

Inserito il:20/04/2026 15:01:04
Ultimo aggiornamento:20/04/2026 16:25:34
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