The work, “A Living Poem,” showing simultaneously in South Korea and running until spring at MoMA, is generated by an artificial intelligence program trained on the artist Sasha Stiles’ writing, as well as data from MoMA’s collection. (“Keep breathing” refers to Yoko Ono’s “1st Day Breathe,” a 1965 instruction-based artwork). The text goes on forever, never repeating itself exactly.“Because each 60-minute performance is generated live by code, what viewers experience is not a fixed recording, not a video loop, but a living manuscript that’s always in motion, always becoming,” Stiles wrote in an email, explaining how the technology works. “Improvisation happens here at algorithmic scale, so no two tellings are ever the same.”
L'IA ucciderà la creatività. Certo: come la fotografia uccise la pittura...
di Achille De Tommaso
Il rapporto tra arte e intelligenza artificiale ha suscitato un acceso dibattito nella nostra riunione Zoom del 16 luglio 2026. Come appassionato pittore, e di arte in genere (e di come la tecnologia influenzi il sistema umano) mi piace tornare sull’argomento; perché il mio parere è che ogni grande innovazione tecnica sia stata inizialmente guardata con sospetto, e l’IA non fa eccezione. Secondo me, l’IA non è un sostituto dell’immaginazione, ma un grande, nuovo, strumento espressivo; ed è su questo punto che desidero soffermarmi, portando le evidenze di numerosi, autorevoli, studi; e delle riflessioni di artisti, ricercatori e istituzioni internazionali che stanno osservando il fenomeno senza pregiudizi.
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L'IA ucciderà la creatività? È una previsione che la storia dell'arte ha già sentito molte volte
Negli ultimi anni si è diffusa una delle affermazioni più categoriche del dibattito sull'intelligenza artificiale: «L'IA ucciderà la creatività.» È una frase pronunciata con tale sicurezza da far pensare che la questione sia ormai definitivamente chiusa. Peccato che, come spesso accade quando qualcuno proclama la morte dell'arte, la storia abbia l'abitudine di rispondere con un certo sarcasmo.
Non sarebbe infatti la prima volta che una nuova tecnologia viene accolta come il becchino della creatività. Quando nel Rinascimento comparve la prospettiva, qualcuno temette che avrebbe cancellato il linguaggio della pittura medievale. Quando arrivò la fotografia, si annunciò la fine della pittura figurativa. L'invenzione del cinema avrebbe dovuto rendere superfluo il teatro; la televisione avrebbe dovuto decretare la morte del cinema; Photoshop avrebbe dovuto trasformare fotografi e illustratori in disoccupati; e Internet, naturalmente, avrebbe dovuto convincerci che i libri appartenevano ormai all'archeologia culturale.
È curioso osservare come tutte queste profezie abbiano avuto un unico elemento in comune: si sono rivelate puntualmente sbagliate. Ogni nuova tecnologia non ha cancellato quella precedente; ha semplicemente aggiunto un nuovo linguaggio, nuovi strumenti e nuove possibilità espressive. Gli artisti non sono scomparsi; hanno continuato a fare quello che fanno da migliaia di anni: immaginare ciò che prima non esisteva. Per questo motivo, confesso di guardare con un certo scetticismo anche all'ultima profezia apocalittica. Ho infatti la convinzione che l'intelligenza artificiale finirà per comportarsi come tutte le grandi innovazioni del passato: allargherà i confini dell'arte invece di restringerli.
L'equivoco nasce, ancora una volta, da una confusione tanto semplice quanto persistente: si continua a scambiare lo strumento con l'artista. Michelangelo non coincideva con il suo scalpello; Kubrick non coincideva con la cinepresa; eppure, appena compare la sigla "IA", sembra che improvvisamente il software diventi il protagonista e l'artista un semplice spettatore. È un curioso cambio di prospettiva: per secoli abbiamo attribuito il merito all'essere umano, oggi qualcuno sembra deciso a riconoscerlo all'algoritmo. In realtà, anche se utilizzando IA, l'opera continua a nascere esattamente dove è sempre nata: nell'idea, nella cultura, nella sensibilità, nell'intenzione narrativa e, soprattutto, nella capacità di scegliere dell’artista. Perché l'intelligenza artificiale può certamente produrre migliaia di immagini, ma non sa quale di quelle immagini racconti davvero una storia; può generare infinite combinazioni estetiche, ma non può sapere quale emozione meriti di essere trasmessa; può proporre possibilità, ma non possiede una visione del mondo. E, senza una visione, esistono prodotti, non necessariamente opere d'arte.
Naturalmente questa è soltanto la mia opinione. Ma, per evitare che qualcuno pensi che sia l'entusiasmo di un appassionato di tecnologia, (che fa anche il pittore), conviene guardare cosa stanno facendo coloro che, di arte, vivono quotidianamente: i grandi musei.
Se davvero l'intelligenza artificiale rappresentasse la fine della creatività, qualcuno dovrebbe avvertire il Museum of Modern Art di New York, che evidentemente non ha ricevuto il messaggio. Il MoMA ha infatti dedicato un'importante installazione permanente a Unsupervised, l'opera di Refik Anadol costruita utilizzando reti neurali addestrate sull'immenso archivio del museo. Il risultato non è una macchina che sostituisce l'artista, ma un artista che utilizza la macchina per reinterpretare oltre un secolo di arte moderna, dando vita a un'opera in continua trasformazione. Lo stesso museo descrive il progetto come un nuovo spazio di percezione e di creatività, sia per il pubblico sia per la macchina. Una definizione piuttosto curiosa, se davvero ci trovassimo davanti al funerale dell'arte.
Anche il New York Times osserva che i grandi musei internazionali non stanno affatto cercando di espellere l'intelligenza artificiale dalle proprie collezioni; stanno invece discutendo come integrarla come nuovo mezzo espressivo. Per molti artisti contemporanei il gesto creativo non consiste nel premere un pulsante, ma nello scrivere algoritmi, progettare sistemi, costruire processi e definire una precisa visione estetica. Casey Reas, uno dei pionieri della computer art, riassume perfettamente questo concetto quando afferma: «Non credo nella mano dell'artista; credo nel suo punto di vista.» Ed è difficile immaginare una definizione più efficace della creatività.
Se poi qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio, vale la pena osservare ciò che è accaduto nel giugno del 2026 a Los Angeles, dove ha aperto Dataland, presentato come il primo museo interamente dedicato all'arte realizzata con l'intelligenza artificiale. Refik Anadol non considera l'IA un sostituto dell'artista; la considera semplicemente un nuovo materiale creativo, esattamente come il marmo per Michelangelo o il colore per Monet. Le sue installazioni combinano dati ambientali, musica, profumi, biometria dei visitatori e milioni di informazioni provenienti dalla natura per creare opere che mutano continuamente e dialogano con il pubblico. Nei primi giorni di apertura migliaia di persone hanno visitato il museo. Evidentemente nessuno le aveva informate che stavano entrando nel luogo dove la creatività era appena stata sepolta.
Anche nel Regno Unito il clima appare decisamente meno ideologico; e, lasciatemelo dire, meno provinciale, di quello che spesso caratterizza il dibattito italiano. Il Financial Times racconta come numerosi musei britannici utilizzino già l'intelligenza artificiale per realizzare esperienze immersive, visite personalizzate, traduzioni automatiche e nuove modalità di coinvolgimento del pubblico. Il controllo curatoriale rimane rigorosamente umano, ma nessuno considera l'IA un nemico dell'arte. Piuttosto, viene vista per ciò che è sempre stata ogni tecnologia ben utilizzata: un amplificatore delle possibilità espressive.
La stessa conclusione emerge, con toni molto meno emotivi e molto più documentati, dalla ricerca scientifica. È interessante osservare come, all'aumentare del rigore metodologico, diminuisca proporzionalmente il catastrofismo. Le più autorevoli review internazionali (*) dedicate al rapporto tra intelligenza artificiale e creatività concludono infatti che l'IA amplia le possibilità della produzione artistica, apre nuove forme di esplorazione estetica e favorisce modalità inedite di collaborazione tra uomo e macchina, lasciando però all'essere umano il ruolo centrale nella definizione dell'intenzione creativa. Anche le grandi rassegne dedicate alle industrie culturali arrivano alla medesima conclusione: il massimo valore dell'intelligenza artificiale emerge quando viene progettata per aumentare la creatività dell'uomo, non per sostituirla.
Tutto ciò che rende riconoscibile un artista continua a essere profondamente umano, anche con l’IA. L'artista rimane quindi insostituibile. E, almeno per il momento, fortunatamente anche non sostituito.
Per questa ragione guardo con un certo sorriso a chi annuncia la morte della creatività. È lo stesso sorriso che probabilmente avrebbero avuto gli impressionisti ascoltando chi sosteneva che la fotografia avrebbe reso inutile la pittura. La storia dell'arte insegna una lezione piuttosto semplice: gli strumenti cambiano continuamente, la creatività cambia molto meno. L'intelligenza artificiale non rappresenta la fine dell'arte; rappresenta, con ogni probabilità, l'inizio di una nuova stagione nella quale gli artisti avranno a disposizione una tavolozza immensamente più ricca. La vera sfida non sarà decidere se utilizzare o meno l'IA, ma imparare a usarla con cultura, gusto, sensibilità estetica. Perché, come sempre, la differenza non la farà la macchina: la farà l'artista che la impugna.
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PS. Durante la riunione qualcuno ha anche osservato, quasi con indignazione, che molti autori musicali contemporanei non conoscono la teoria musicale e non saprebbero leggere uno spartito, traendone la conclusione che la qualità della musica moderna sia inevitabilmente in declino. È un'osservazione che rischia di confondere, ancora una volta, la tecnica con l'arte. La storia della musica, infatti, è ricca di esempi che invitano alla prudenza. Jimi Hendrix, considerato uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, non sapeva leggere la notazione musicale tradizionale. Eric Clapton ha più volte dichiarato di non essere in grado di leggere uno spartito con disinvoltura. Paul McCartney, e John Lennon non leggevano né scrivevano la notazione musicale tradizionale, e lo stesso valeva per tutti i Beatles. Componevano a orecchio, provando accordi e melodie alla chitarra o al pianoforte, e affidavano poi la trascrizione ad arrangiatori esterni, Lo stesso vale per Irving Berlin, autore di centinaia di successi della musica americana, che non sapeva leggere né scrivere musica e suonava quasi esclusivamente in una sola tonalità, affidandosi a un pianoforte modificato con una leva di trasposizione. E si potrebbero citare anche grandi interpreti come Elvis Presley, che non leggeva la musica ma possedeva un talento straordinario nell'interpretarla. Michael Jackson non leggeva la notazione e non suonava a livello professionale nessuno strumento, ma componeva integralmente a orecchio. In sintesi: la tecnica è uno strumento prezioso; amplia le possibilità espressive, ma non coincide con la creatività. L'emozione nasce dall'intuizione, dalla sensibilità, dall'immaginazione e dalla capacità di entrare in sintonia con chi ascolta. Una profonda conoscenza della teoria musicale può rendere un compositore più completo, ma non lo fa necessariamente un artista di valore: potremmo facilmente affermare che saper leggere la musica “non è una condizione necessaria a creare capolavori”
FONTI
(*)
Le due review oggi più autorevoli in questo campo sono:
1. Ping Hu, Tong Hong, Jiang Diankun
Reconfiguring Creativity: A Systematic Review of Empirical Research on Artificial Intelligence in the Fine Arts
European Journal of Education, 2026.
È probabilmente la review più completa oggi disponibile sul rapporto fra IA e arti.
Gli autori:
- analizzano 723 studi, selezionandone 44 con criteri rigorosi;
- esaminano arti visive, musica, letteratura, performance e curatela;
- concludono che l'IA non sostituisce semplicemente l'artista, ma introduce nuove forme di co-creazione uomo-macchina;
- sostengono che stiamo assistendo a una riconfigurazione del concetto di creatività, non alla sua scomparsa;
- sottolineano che le ricerche future dovranno concentrarsi sulla collaborazione fra essere umano e IA, piuttosto che sulle sole capacità tecnologiche.
2. Rebecca Heigl et al.
Generative Artificial Intelligence in Creative Contexts: A Systematic Review and Future Research Agenda
Management Review Quarterly, 2025/2026.
Questa review prende in esame 64 studi e arriva a conclusioni molto equilibrate.
Secondo gli autori:
- la GenAI amplia il processo creativo;
- funziona soprattutto come strumento di supporto alla creatività umana;
- modifica il modo in cui vengono sviluppate idee, prototipi e opere;
- rimangono centrali il giudizio, l'intenzione e le decisioni dell'autore umano.
Ancora più forte è la meta-analisi del 2025, di Holzner, Maier, Feuerriegel
“Generative AI and Creativity: A Systematic Literature Review and Meta-Analysis”
Questa non è soltanto una review, ma una meta-analisi che sintetizza i risultati quantitativi di 28 studi sperimentali con oltre 8.200 partecipanti.
La conclusione è molto interessante:
- gli esseri umani che collaborano con l'IA ottengono risultati creativi migliori rispetto a chi lavora senza IA;
- l'IA potenzia la creatività individuale;
- non emerge invece alcuna evidenza che renda superfluo il contributo umano;
- gli autori definiscono esplicitamente la GenAI come uno strumento di augmentative creativity, cioè di potenziamento della creatività umana, non di sostituzione.
Le fonti giornalistiche seguenti sono poi un’ottima base per sostenere la tesi che l’IA non sostituisce la creatività umana, ma ne amplia gli strumenti espressivi,
1. WIRED (USA)
A New Experiential Gallery Just Might Change Your Mind About AI Art
https://www.wired.com/story/a-new-experiential-gallery-just-might-change-your-mind-about-ai-art/
2. Financial Times (UK)
AI companies are throwing museums a lifeline. What do they want in return?
https://www.ft.com/content/998152e8-90cd-4d95-ae43-e07b773ab943
3. Los Angeles Times
Dataland, the world’s first museum of AI arts, sets opening date and first exhibition
https://www.latimes.com/entertainment-arts/story/2026-04-23/refik-anadol-ai-art-museum-dataland-opening-date
4. Los Angeles Times
Dataland defies expectations. But will L.A. embrace the world’s first AI arts museum?
https://www.latimes.com/entertainment-arts/story/2026-06-05/dataland-worlds-first-museum-of-ai-arts-refik-anadol-large-nature-model-downtown-los-angeles
5. The Art Newspaper
Inside Refik Anadol’s Dataland, the world’s first AI art museum
https://www.theartnewspaper.com/2026/06/18/refik-anadol-dataland-opens-los-angeles
6. Refik Anadol Studio (sito ufficiale)
7. The New Yorker
Refik Anadol, The Art World’s Happy Warrior for A.I.
https://www.newyorker.com/culture/persons-of-interest/refik-anadol-the-art-worlds-happy-warrior-for-ai
8. The New York Times
Does A.I. Count as Art? Ask the Curators
https://www.nytimes.com/2025/10/18/arts/design/artificial-intelligence-art-museums.html
Vi propongo poi delle Fonti scientifiche
9. Understanding and Creating Art with AI: Review and Outlook
https://arxiv.org/abs/2102.09109
10. Artificial Intelligence in the Creative Industries: A Review
https://arxiv.org/abs/2007.12391
11. AI in the Media and Creative Industries
https://arxiv.org/abs/1905.04175
12. AI Art Curation: Re-imagining the City of Helsinki
https://arxiv.org/abs/2306.03753
13. AI-generated Art Perceptions with GenFrame
https://arxiv.org/abs/2405.01901

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