Immagine realizzata con strumenti di Intelligenza Artificiale
Fotografia. Perché un computer non potrà mai creare una vera diva
di Mauro Nemesio Rossi
Le considerazioni che voglio condividere scaturiscono da un percorso umano e professionale ben preciso, che porto nel cuore. Le mie radici affondano in un perito industriale degli anni Sessanta, uno di quegli uomini formati in quell’umanesimo tecnologico che fu il vero miracolo italiano. I miei saperi si sono approfonditi giorno dopo giorno, tra gli scaffali della biblioteca della Olivetti di Pozzuoli. Quella era una fabbrica straordinaria in tutto il mondo, capace di produrre cultura, comunità, oltre alle macchine per scrivere o i calcolatori.
Erano anni in cui, all’interno del Gruppo Sportivo Ricreativo Olivetti, si organizzavano corsi di fotografia e pittura aperti a tutti. Tra quei corridoi, uno dei maestri più accreditati era il maestro Buono. Ricordo ancora il suo occhio attento, ad immortalare il mare azzurro del golfo, quel blu intenso che si mescolava ai resti romani e greci dell’antica Puteoli. Una terra ballerina, ferita dal bradisismo, dove la storia archeologica si immergeva per poi ricomparire dalle acque, come un fantasma che rifiuta di morire.
La mia passione per l’immagine, nata in quel microcosmo olivettiano fatto di rigore industriale, si è perfezionata nel tempo. Mi portò a fondare una rivista, Fotografia Comparata, che ottenne un successo di rilevanza nazionale. Era, quello, un lavoro faticoso, quasi monacale.
Per creare un’immagine bisognava passare le notti intere chiusi nella camera oscura, respirando l’odore acre degli acidi di sviluppo e fissaggio, con le mani immerse nelle bacinelle, guidati solo da una luce rossa di una lampadina filtrata. Ogni singola elaborazione, ogni bruciatura o mascheratura sulla carta fotografica costava fatica, profonda creatività e una passione assoluta.
Fu proprio per questo che, con l’avvento del digitale, ebbi l’intuito di affermare, provocando tutti, che la fotografia era morta. Quella dichiarazione sollevò un polverone immenso. Fui assalito dal critico Enzo Carli, il quale difendeva a spada tratta l’opera di Mario Giacomelli, l’uomo che trasformava il bianco e nero in poesia pura con i preti che giocano nella neve. Carli difendeva la sopravvivenza dell’anima dello scatto.
Eppure, a distanza di decenni, l'avvento dell’intelligenza artificiale dimostra che il grido d'allarme era la lucida diagnosi di un tramonto. Oggi, infatti, la gestione informatica del pixel rende tutto troppo facile. Se incrociamo lo sguardo di una modella su una rivista o il primo piano di un’amica su un social network, ci interroghiamo sulla sua veridicità. Vecchie, stanche, o semplicemente ordinarie asimmetrie umane vengono piallate da algoritmi in pochi millisecondi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Donne e uomini comuni, uscendo da un comando del computer o da un filtro cromatico, appaiono come divi hollywoodiani di un set cinematografico, cristallizzati in un’eterna giovinezza. Questo miracolo a basso costo del trattamento soddisfa certo l'apparire, eppure apre un buco etico. Per comprendere questa mutazione dobbiamo guardare a cosa succede quando la tecnologia permette la replica di qualcosa: si distrugge quel tessuto di spazio e tempo, dell'originale.
L’intelligenza artificiale compie la mistificazione: precede e sostituisce la realtà.
L'immagine è priva di anima, distante dal corpo reale catturato da un obiettivo, come non accadeva nella camera oscura alla Olivetti. Il risultato è solo una media statistica di miliardi di immagini preesistenti, masticate da un software. La banalità che avvertiamo davanti a certi ritratti iper-perfetti deriva dall’ assenza di vita. Quando la bellezza diventa meccanica si trasforma in un codice a barre estetico.
Il volto umano ha un potere mitologico. Un tempo il viso delle grandi dive, come Greta Garbo, apparteneva a un’epoca in cui la bellezza era uno stato assoluto. Che succede quando a quel volto da diva viene applicato una maschera digitale sul viso di chiunque, trasformando la signora della porta accanto in un'attrice da red carpet? L'essenza della foto è legata alla certezza del corpo. Il soggetto era realmente lì davanti all'obiettivo in quel momento. La manipolazione digitale recide questo legame. Il ritratto diventa un inganno. Si mostra come reale ciò che è privo di esistenza, truffando la verità al nostro sguardo.
Chi pratica oggi il fotoritocco dovrebbe imporsi dei pilastri etici dichiarando l'uso della manipolazione verso il pubblico, utilizzando la tecnica solo per esaltare l'espressività naturale salvaguardando l'identità ed il rispetto della persona reale, tutelando la sua storia personale.
In un mondo in cui la tecnica permette a chiunque di apparire come un'attrice hollywoodiana sotto i riflettori, l'unico vero atto rivoluzionario rimane la rivendicazione della nostra imperfezione.

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