Aggiornato al 04/05/2026

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

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La memoria non peggiora, si lamenta soltanto meglio

di Achille De Tommaso

 

C’è una certa età in cui l’essere umano comincia a guardare la propria memoria con lo stesso sospetto con cui guarda il frigorifero quando fa un rumore strano. “Non sarà mica l’inizio della fine?”, si domanda, dopo aver dimenticato il nome di un attore, il motivo per cui era entrato in cucina, o il punto esatto in cui aveva lasciato gli occhiali, che naturalmente erano sulla testa.

La buona notizia, secondo un recente studio norvegese (*), è che forse la nostra memoria non sta affatto crollando. Sta solo subendo una pessima campagna stampa da parte del nostro umore. La cattiva notizia è che, come spesso accade, il problema non è la memoria: siamo noi.

Uno studio condotto da ricercatori della Norwegian University of Science and Technology, basato sui dati della grande indagine sanitaria HUNT, ha confrontato ciò che le persone pensano della propria memoria con ciò che emerge dai test oggettivi. Il risultato è interessante e, per molti, vagamente consolatorio: la percezione di avere una memoria peggiore è risultata più legata a stress, benessere psicologico, sonno, fatica, dolore cronico e altri fattori di salute che non alla reale prestazione mnemonica misurata nei test. In altre parole, il cervello magari funziona ancora, ma il proprietario è stanco, irritato, insonne e convinto di essere ormai pronto per essere archiviato tra le rovine archeologiche.

La ricerca ha coinvolto 2.690 partecipanti, tra i 30 e i 90 anni, che avevano sia risposto a domande sulla propria memoria sia eseguito test specifici. I ricercatori hanno scoperto che le autovalutazioni della memoria spiegavano poco rispetto alle prove oggettive. Molto di più spiegavano ansia, depressione, disturbi del sonno, stanchezza, dolore cronico, pressione sanguigna e, in parte, memoria verbale.

E qui si apre uno scenario antropologicamente magnifico: l’uomo contemporaneo non dimentica necessariamente di più, ma quando si osserva dimenticare, lo fa con maggiore drammaticità. Una volta uno perdeva le chiavi e diceva: “Dove le avrò messe?”. Oggi perde le chiavi e apre mentalmente un fascicolo neurologico, con diagnosi preventiva, rassegna di Google, consulto informale con il vicino, interroga ChatGpt, e idealizza ipotesi di demenza precoce, possibilmente aggravata dal fatto che la settimana prima aveva dimenticato il PIN del bancomat.

Il punto è che la memoria non è una macchina fotografica. Non registra la vita in alta definizione, con data, ora, sottotitoli e backup automatico su cloud. La memoria è più simile a un vecchio impiegato di archivio: conserva molto, perde qualcosa, sposta fascicoli, ricostruisce, abbellisce, censura, talvolta inventa, ma quasi sempre lavora meglio di quanto gli riconosciamo. Solo che noi, ingrati, pretendiamo da lei l’efficienza di un server Amazon.

Lo studio mostra anche un fatto curioso: memoria soggettiva e memoria oggettiva non sono la stessa cosa. Quando diciamo “ho poca memoria”, spesso non stiamo descrivendo una funzione cognitiva, ma uno stato esistenziale. Stiamo dicendo: sono stanco, dormo male, ho troppe cose in testa, sono preoccupato, mi sento meno brillante, oppure, più semplicemente, ho passato la giornata a subire notifiche, email, messaggi vocali, password, OTP, codici cliente, link scaduti, aggiornamenti software non voluti, e persone che cominciano le frasi con “ti ricordi quando…?”.

È comprensibile che, dopo tutto questo, il cervello non si presenti tranquillo in giacca e cravatta a ogni interrogazione.

La memoria verbale, cioè la capacità di ricordare parole, conversazioni, ciò che abbiamo letto o ascoltato, sembra avere un legame più riconoscibile con la percezione soggettiva della memoria. Questo è logico: nessuno si preoccupa davvero perché non ricorda perfettamente un pattern visivo visto tre minuti prima in un test per la patente. Ci preoccupiamo perché non ricordiamo il nome della moglie del commercialista, il titolo del film che volevamo consigliare, o il motivo per cui abbiamo aperto WhatsApp. Il dramma della memoria moderna non è scientifico, è sociale: non ricordare un nome al momento giusto può compromettere più autostima di fallire un esame universitario.

C’è poi l’effetto Covid, che i ricercatori citano come una delle spinte iniziali all’indagine. Dopo la pandemia, molte persone hanno riferito nebbia mentale, difficoltà di concentrazione, sensazione di memoria peggiorata. Ma anche qui, la domanda è sottile: quanto è memoria e quanto è vita compressa, ansia, isolamento, sonno alterato, abitudini spezzate, preoccupazione continua? Il cervello non vive in un vaso di vetro. Vive dentro un corpo, dentro una biografia, dentro una società che negli ultimi anni ha deciso di funzionare come una lavatrice in centrifuga caricata a metà.

Naturalmente, tutto questo non significa che i problemi di memoria vadano ignorati. Sarebbe una conclusione sciocca e pericolosa. Se una persona nota cambiamenti importanti, progressivi, interferenti con la vita quotidiana, deve parlarne con un medico. Il messaggio dello studio norvegese non è: “state tranquilli, è tutto nella vostra testa”. Anche perché, tecnicamente, la memoria è proprio nella testa. Il messaggio è più elegante: la percezione di memoria scadente non coincide automaticamente con un decadimento cognitivo misurabile. Può essere un segnale, sì, ma non sempre del reparto che immaginiamo.

In questo senso, la lamentela sulla memoria è come una spia sul cruscotto. Non sempre indica che il motore è rotto. A volte indica che manca olio, che la batteria è scarica, che il guidatore ha dormito quattro ore, o che l’auto, più saggiamente di lui, vorrebbe fermarsi.

La parte più ironica è che l’essere umano si fida moltissimo della memoria quando ricorda torti subiti nel 1973, frasi pronunciate male da un cognato, debiti morali mai saldati, offese appena percettibili ma incise nel marmo. Poi però dimentica dove ha messo il caricabatterie e conclude: “Sto perdendo colpi”. No, caro mio. Forse il cervello sta solo facendo selezione editoriale. Conserva l’umiliazione ricevuta al liceo e sacrifica il telecomando. Non è sempre una scelta nobile, ma è una scelta.

La memoria ha anche un difetto che la rende profondamente umana: non ama essere comandata. Più la inseguiamo, più fugge. Il nome che non ci viene durante la conversazione riappare puntuale alle tre del mattino, quando non serve più a nulla. Il cervello, evidentemente, ha un senso dell’umorismo.

Forse dovremmo dunque trattare la nostra memoria con meno sospetto e più diplomazia. Dormire meglio, stressarci meno, muoverci di più, coltivare relazioni, ridurre il rumore mentale, non trasformare ogni dimenticanza in un referto. La memoria non è soltanto una funzione biologica: è una relazione tra attenzione, salute, emozioni e significato. Ricordiamo meglio ciò che ci importa, ciò che ci emoziona, ciò che colleghiamo a una storia. Dimentichiamo il resto, spesso con ottime ragioni.

La vera tragedia, dunque, non è dimenticare. È vivere in un mondo che pretende da noi una memoria perfetta mentre ci sommerge di informazioni inutili. Ci chiede di ricordare password sempre più assurde, appuntamenti sempre più frammentati, codici sempre più temporanei, e poi si stupisce se il cervello, a un certo punto, alza la mano e dice: “Scusate, io sono nato per riconoscere frutti maturi, pericoli nella savana e volti familiari, non per ricordare se il codice di accesso è arrivato via SMS, email o app di autenticazione”.

Dunque, la prossima volta che dimentichiamo un nome, prima di convocare il tribunale neurologico, potremmo fare una domanda più semplice: ho dormito? Sono stressato? Sono stanco? Ho troppe cose in testa? Sto chiedendo alla mia memoria di lavorare come un archivio di Stato, un call center e un notaio, tutti insieme?

Forse la memoria non è peggiorata. Forse è solo diventata sindacalizzata.

E, tutto sommato, avrebbe anche le sue ragioni.

***

RIFERIMENTI

(*) Di seguito il link diretto allo studio/articolo a cui si riferisce l’articolo, e pubblicato su ScienceNorway):

Do you think your memory has gotten worse? That may not actually be true

 Lo studio utilizza i dati della grande indagine sanitaria norvegese HUNT (Trøndelag Health Study)

  • Confronta:
    • percezione soggettiva della memoria
    • risultati oggettivi dei test cognitivi
  • Risultato chiave:

la percezione di avere una memoria peggiore è spesso più legata al benessere psicologico (stress, umore, contesto sociale) che a un reale declino cognitivo

 

Inserito il:04/05/2026 15:43:36
Ultimo aggiornamento:04/05/2026 15:48:35
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